Sono stato a Taiwan per curiosità, per capire un posto che sulle carte geografiche ha un nome e nei trattati internazionali quasi non esiste. Un’isola sospesa fra la Cina e il resto del mondo, e che a tutti, a Pechino come a Washington, fa comodo che resti esattamente così.
Una settimana nel nord, fra Taipei e i suoi dintorni, più un’escursione nel centro dell’isola: poco per conoscerla, abbastanza per cominciare a capirla, e per riportare a casa queste foto di Taiwan.
Foto di Taiwan, l’isola verde dell’Asia
La prima cosa che ti colpisce è il verde intenso, quasi violento: colline coperte di foresta fino in cima, nuvole basse, un’umidità che si appiccica addosso. Taiwan è un’isola di montagne, e le città stanno strette nelle pianure fra i monti e il mare: anche nelle fotografie di Taiwan scattate in città, lo sguardo cade spesso su una collina verde.
Sotto quel verde c’è una geologia che non ti aspetti in un’isola così piccola. Taiwan sta dove la placca filippina spinge contro quella euroasiatica, e lo scontro è ancora in corso: l’isola si alza di qualche millimetro ogni anno, le montagne superano i tremila metri e sfiorano i quattromila, i terremoti fanno parte della vita quotidiana. La varietà di rocce, dalle metamorfiche alle magmatiche alle sedimentarie, non ha nulla da invidiare alle nostre Alpi.
Le immagini di Taiwan che ho portato a casa sono divise in tre pagine. Le foto di Taipei raccontano la capitale, i suoi mercati e i suoi grattacieli. Le foto del tempio Longshan e dei templi di Taipei raccontano la loro fede, rumorosa e allegra. Le foto di Jiufen, Shifen, Yehliu e del Sun Moon Lake raccontano l’isola fuori città, fra montagne, turisti accalcati, mare e lanterne.
Quattro secoli di padroni
L’isola non era certo vuota: c’erano i popoli indigeni, austronesiani, parenti più stretti dei polinesiani e dei filippini che dei cinesi. La Cina, per secoli, Taiwan l’ha quasi ignorata. Furono gli europei a cambiarne per sempre la storia: gli olandesi, che dal 1624 la tennero per quasi quarant’anni, e per coltivare canna da zucchero e riso fecero arrivare migliaia di contadini dal Fujian, con le barche, i buoi e le sementi. È lì che comincia la Taiwan cinese.
Nel 1662 gli olandesi furono cacciati da un fedele della dinastia Ming, nel 1683 l’isola fu annessa dall’impero Qing, e nel 1895, dopo una guerra persa, la Cina la cedette al Giappone. I giapponesi ci restarono cinquant’anni. È stato un dominio duro, ma ha costruito l’ossatura del paese: ferrovie, porti, scuole, città pianificate a pianta regolare.
Poi il 1949. Sconfitto dai comunisti sul continente, Chiang Kai-shek si ritirò sull’isola con il suo governo, il suo esercito e più di un milione di persone, convinto di tornare presto. Non tornò mai. Seguirono quasi quarant’anni di legge marziale, finita solo nel 1987, e intanto la Repubblica di Cina continuò a sedere all’ONU come se rappresentasse la Cina intera, fino al 1971, quando il seggio passò a Pechino.
Quella sospensione ha anche un peso, che nelle foto di Taiwan non si vede. Da quest’isola esce circa il novanta per cento dei chip più avanzati del mondo, quelli che fanno funzionare telefoni, auto e intelligenza artificiale: se Taiwan si ferma, probabilmente si ferma mezzo pianeta.
E la Cina, che la rivendica, resta il suo primo partner commerciale, con più di duecentocinquanta miliardi di dollari di scambi l’anno, anche se ormai l’isola vende più agli Stati Uniti che alla Cina: nessuna delle due sponde dello stretto può fare a meno dell’altra. Gli affari sono affari.
Oggi sono appena dodici i paesi che la riconoscono ufficialmente, Vaticano compreso; tutti gli altri ci commerciano, la sostengono, e la chiamano semplicemente in un altro modo. Le fotografie di Taiwan che vedete qui vengono da questo paradosso: una democrazia ricca, ordinata e gentile, con una sua moneta e un suo governo, una realtà che il mondo frequenta quotidianamente ma non nomina. Una Cina che non è una Cina, un paese che non è un paese, uno stato che non è una nazione.
Ho visto quasi solo il nord, e le foto di Taiwan di queste pagine sono quindi solo metà dell’isola. La prossima volta vorrei scendere a sud, con calma e con un’auto, fermandomi, e vedere se laggiù l’isola racconta per caso un’altra storia.



