Le foto della Cambogia sono conversazioni con rovine di due tipi: quelle di pietra che hanno ottocento anni e sono diventate belle nel loro disfacimento, e quelle umane che hanno cinquant’anni e non sono ancora riuscite a diventare niente se non dolore mal sepolto.
Tornare dopo ventun anni significa confrontarsi con un paese che nel 2001 stava ancora imparando a respirare: dopo la fine della guerra civile e la morte di Pol Pot, così vicino al genocidio che i sopravvissuti camminavano ancora con quell’espressione di chi non crede completamente di essere vivo. E io avevo trent’anni appena compiuti e stavo ancora cercando Angkor.
Nel 2001 potevi ancora sentire quell’odore di paura stantia, quella sensazione che tutto fosse provvisorio, che la pace potesse finire domani, che ricominciasse la follia umana.
Nel 2022 eravamo alla fine della follia pandemica, e queste immagini della Cambogia sono state benedette dalla quasi totale assenza di turisti. Per la seconda volta mi sono inginocchiato davanti a tale meraviglia nella giungla.
Foto della Cambogia, fra il lago e la giungla
Nelle fotografie della Cambogia, prima dei templi viene l’acqua, l’acqua qui è davvero tutto. Al centro del paese c’è il Tonlé Sap, il più grande lago d’acqua dolce del Sud-est asiatico, legato al Mekong da un fiume che due volte l’anno cambia persino direzione: con i monsoni il Mekong si gonfia, spinge la corrente all’indietro e il lago diventa cinque volte più grande; nella stagione secca tutto torna a scendere verso il mare.
È questo respiro incessante a dare pesce e riso a un paese intero, ed è lo stesso che ottocento anni fa ha permesso di nutrire una capitale e pagare i suoi templi. Angkor sta appena a nord della riva, e non per caso. Nelle immagini della Cambogia c’è un fossato, uno stagno, un fiume marrone: senza di lei, l’acqua, non ci sarebbe niente da fotografare.
Attorno a Siem Reap
Arrivarci in Cambogia non era più un problema, ma entrarci nel 2022, non era poi così scontato. Non mi sono vaccinato, e all’arrivo facevano ancora il tampone. Un risultato positivo avrebbe chiuso il viaggio prima di cominciarlo. È andata bene. Dovevo esserci.
Le quattro pagine di queste fotografie della Cambogia stanno quasi tutte in pochi chilometri. Siem Reap è la base, la città da cui si parte ogni mattina. Angkor Wat è la prima tappa, all’alba. Poi vengono le foto di Ta Prohm e del Bayon, i due templi che restano addosso, e infine le foto del complesso archeologico di Angkor, cioè tutto il resto: i templi lontani, quelli crollati, quelli che nessuno nomina.
L’ordine è quello del viaggio: dalla città ai templi famosi, e da quelli ai templi dove non c’è nessuno. È anche l’ordine in cui le foto della Cambogia smettono di somigliare alle cartoline.
Questo viaggio attraversa un paese che forse oggi sta dimenticando i killing fields, che sorride ai visitatori con quella gentilezza khmer famosa che può essere genuina o può essere semplicemente l’espressione di chi ha imparato che mostrare dolore non serve a niente perché il dolore non paga le bollette e i turisti vogliono vedere Angkor Wat al tramonto, non teschi impilati a Choeung Ek.
Quei morti li vidi nel mio primo viaggio, e forse non serve ricordarlo, ma oggi quella paura si è trasformata in cinismo, quella provvisorietà in corruzione istituzionalizzata, e non sai quale delle due sia peggiore. La pietra dura più della carne ma meno della vegetazione, e i cambogiani lo sanno anche troppo bene: la carne dura pochissimo quando qualcuno decide che un terzo della popolazione può essere sterminato in quattro anni e il mondo guarda altrove perché è complicato, perché ci sono interessi geopolitici, perché la Cambogia è piccola e lontana e in fondo chi se ne frega di quello che succede laggiù.
Le fotografie della Cambogia, e di Angkor in particolare, documentano un dialogo continuo tra umano e naturale, tra costruito e ricresciuto, tra impero e giungla. Da Siem Reap ai templi perduti nella foresta, ogni scatto testimonia quella verità che i khmer del XII secolo conoscevano benissimo ma scelsero inevitabilmente di sfidare.
Ma c’è una bellezza struggente, indefinibile, immanente in questa impermanenza, grazia nel disfacimento, poesia nelle rovine che insegnano umiltà più efficacemente di qualsiasi tempio intatto.
Un reportage fotografico di Angkor è una meditazione sulla mortalità, consapevolezza che anche queste immagini della Cambogia un giorno saranno rovine digitali in hard disk dimenticati da tutti.

