Visitare Angkor Wat è un atto di umiltà: questo tempio è stato immortalato da milioni di macchine fotografiche, ogni angolo è stato catturato in ogni possibile condizione di luce immaginabile, eppure continua a offrirsi come se fosse la prima volta, anche a chi arriva con in testa tutte le foto di Angkor Wat già viste.
Costruito nel XII secolo da Suryavarman II come tempio induista, poi trasformato in buddista, Angkor Wat è il tempio meglio preservato del complesso archeologico perché, a differenza di quello che molti pensano, non fu mai completamente abbandonato. I monaci rimasero anche quando l’impero khmer collassò, continuarono a pregare tra le rovine.
Angkor Wat all’alba
Le fotografie di Angkor Wat all’alba sono il cliché obbligato, tutti in attesa che il sole sorga dietro le cinque torri a forma di loto e trasformi il tempio in silhouette contro un cielo che brucia rosa e arancio. Solo che io ero lì esattamente il giorno del mio cinquantunesimo compleanno, e l’emozione è stata tanta, solo quello davvero meritava il viaggio.
Il posto è sempre lo stesso, la riva dello stagno a sinistra del viale, dove nelle immagini di Angkor Wat le torri si specchiano due volte: prima nere contro il cielo che si accende, poi, tornando nel pomeriggio, dorate nella luce che arriva di fronte. In mezzo c’è un quarto d’ora in cui l’acqua è più luminosa del cielo, ed è quello che vale la sveglia nel cuore della notte.
Angkor Wat è oggettivamente, indiscutibilmente sublime. Non lo è nel senso della bellezza che richiede educazione estetica per essere apprezzata, è bellezza primitiva, primaria, che colpisce direttamente il sistema nervoso senza passare per il cervello e i suoi filtri del sapere o del non sapere.
Nel 2022 il lungo viale lastricato che punta dritto alle torri, fra le palme da zucchero, era quasi vuoto. Chi conosce le foto di Angkor Wat degli anni prima del Covid, con la folla compatta, fa fatica a crederci: qui si vedono le pietre, una per una.
Foto di Angkor Wat nel 2001
La prima volta che arrivai qui avevo trent’anni o giù di lì, e a Siem Reap ci arrivai da Phnom Penh via fiume, con i contanti contati in tasca perché di bancomat non ce n’era nemmeno uno: si pagava tutto in dollari di carta, e quelli che avevi dovevano bastare fino alla fine. Dormivo in una guesthouse da sei dollari, con il bagno fuori dalla stanza.
Ai templi non si andava in tuk tuk. Al suo posto c’era il motorino, eri obbligato a farti accompagnare, non potevi girare da solo con una bici ad esempio, e le strade per gran parte non erano asfaltate: bastava un acquazzone perché diventassero fango, e il viaggio fino ad Angkor Wat faceva già parte della visita, nel bene e nel male.
Niente corrimano sulle scalinate, niente passerelle, nessuno che ti dicesse dove potevi stare, dove andare, nessun telefonino, nessuno fermo davanti a postare su Facebook.
Ora sono seduto in un tuk tuk su una strada liscia, con il bancomat da cui prelevare dollari o valuta locale a due passi dall’albergo. Di quella Cambogia non resta quasi niente, e in gran parte è un bene. È rimasto il sorriso di chi ti accoglie. Le fotografie di Angkor Wat di quel primo viaggio sono su pellicola, era il mio primo viaggio con una reflex e un obiettivo. La qualità era quella che era, sgranata, poco incisa, con la luce di agosto, ma prima o poi troveranno posto anche loro su queste pagine.
Le torri di Angkor Wat
All’interno, le immagini di Angkor Wat camminano attraverso gallerie interminabili dove bassorilievi narrano storie del Ramayana e del Mahabharata, battaglie cosmiche tra dei e demoni, centinaia di figure scolpite tirano il serpente Vasuki, avvolto come una corda intorno al monte Mandara, per mescolare l’oceano primordiale.
I bassorilievi sono enciclopedie di pietra, ogni centimetro coperto di dettagli che richiederebbero ore per essere letti completamente, e le foto di Angkor Wat possono solo catturare frammenti: un volto di apsara (danzatrice celeste) con sorriso enigmatico, un elefante da guerra che carica.
Poi ci sono loro, le apsara. Sulle pareti ce ne sono quasi duemila e non ce ne sono due uguali: cambiano le acconciature, i gioielli, la posizione delle mani, il modo di tenere un fiore. In ogni serie di foto di Angkor Wat occupano più spazio di quanto si era previsto, perché dopo la prima viene voglia di fotografarle tutte, e la pietra, dove milioni di mani le hanno sfiorate, è diventata lucida come bronzo.
Si tratta di un’ascesa verso la presa di coscienza, verso il centro, verso il nucleo nascosto in ognuno di noi. Le torri centrali, raggiungibili salendo scalinate ripide quasi verticali, obbligano a salire carponi. Quantomeno, a differenza di molti anni fa, ora ci sono aiuti e corrimano.
Una volta in cima, la giungla che circonda il complesso si estende infinita, si capisce la geometria sacra del tempio, come ogni elemento sia posizionato secondo la cosmologia induista dove il tempio è il Monte Meru, centro dell’universo, e le torri sono le sue cinque cime. Ma inevitabilmente gli altri turisti sotto di te, come formiche colorate che si muovono lungo i corridoi, ti ricordano che sei anche parte dello spettacolo, non sei solo lo spettatore.
Fuori, sui tetti delle gallerie e sui muretti, comandano i macachi. Fra le fotografie di Angkor Wat sono le uniche in cui qualcuno si muove: sono i soli che non pagano il biglietto e i soli che non guardano affatto il tempio. Uno si gratta la testa con l’aria di chi ha un pensiero, un altro mangia un fiore di loto, di quelli che si portano in offerta, petalo dopo petalo.
Il turismo ha portato miliardi all’economia cambogiana, questo è innegabile. Nel 2001 la Cambogia era tra i paesi più poveri del mondo, oggi è “lower middle income” secondo la Banca Mondiale, e una parte importante di questa crescita viene dal turismo, che qui vuol dire Angkor.
Il sole alla fine sorge dietro le torri con la stessa puntualità di sempre, come ha sempre fatto, ma il momento è diventato prodotto, esperienza instagrammabile, l’ennesima foto di Angkor Wat da pubblicare prima di colazione.



