Chiosco di stampe fotografiche lungo il fiume a Bangkok, all'ora blu dopo la pioggia.

Reportage fotografici di viaggio nel Sudest Asiatico

I reportage fotografici finiscono molte volte: la prima quando torni a casa dopo il viaggio, la seconda quando ti siedi a guardare gli scatti, quello che hai riportato, quello che ha lasciato. E poi ancora negli anni che seguono, quando invece nascono ricordi di cose già scomparse, eppure rimaste indelebilmente impresse.
In Asia le cose si muovono in fretta, dannatamente in fretta, e Bangkok del 2000 o Phnom Penh del 2001 semplicemente oggi non esistono più.

Queste pagine stanno in mezzo a tutto questo. Ogni reportage fotografico è un viaggio ridotto all’osso, quello che è rimasto dopo aver buttato via il resto, con accanto le parole che quelle immagini si portavano dietro e che non riuscivo a lasciare davvero fuori. Frammenti di un puzzle.

Per ora ci sono quindici anni di distanza fra il primo e l’ultimo. Non li ho uniformati. Il Myanmar del 2011 è forse ingenuo come lo ero io allora, il Laos del 2025 è tornato negli stessi posti sapendo cosa cercava, scoprendo di non trovarlo più.

Oltre a questi esiste ancora un cassetto che prima o poi aprirò: foto dei primi anni duemila, stampe scansionate come si poteva, scattate ancora con una macchinetta compatta, poi con la mia prima reflex. Erano gli anni in cui muoversi in Laos e in Cambogia era un delirio, altro che treni e strade asfaltate, e quello che c’è dentro quelle immagini oggi non si può più fotografare.

Quando arriveranno, questa pagina comincerà da molto più lontano.

Reportage fotografici

Come nasce un reportage di viaggio

Arrivato nel paese mi muovo via terra, quasi sempre. Bus, treni, una moto quando la strada finisce, un battello quando c’è un fiume, come quello che scende l’Irrawaddy fino a Bagan. È lento e scomodo, ma un reportage fotografico per me comincia lì, nelle dieci ore di un autobus notturno e nelle stazioni alle cinque di mattina, non all’arrivo.

Poi sto per strada, in disparte. Al tramonto sono sulla collina che si riempie di colori, o più in basso, fra la gente e le ruote dei veicoli. I templi li fotografo, ma la fotografia di reportage che mi interessa è quella di chi ci passa davanti ogni giorno senza ammirarli, come i monaci in fila per il pasto ad Amarapura, o a Luang Prabang mentre aggiustano il tetto del monastero.

A Bangkok sono sempre affascinato dalle declinazioni dell’architettura futuristica, sempre un passo avanti, vanitosa e al tempo stesso aggrovigliata tra rotaie sopraelevate, treni, gomitoli di inestricabili cavi elettrici. La città mi colpisce per i suoi spazi per i vuoti, per i volumi, per come l’umano si adatta al suo interno.

Poi arriva la sera e a Saigon le luci vincono su tutto il resto in giochi di specchi e riflessi. Eppure la foto di Kuala Lumpur che preferisco non è quella iconica delle Petronas, ma della ragazza con il berretto calato sul volto per proteggersi dal sole, che con uno straccio pulisce le decorazioni delle scale del giardino sottostante le torri senza nemmeno guardarle, fin quando i nostri occhi si trovano.
Lungo il Lago Inle sono le persone ad affascinarmi nei loro lavori quotidiani, tra telai e tabacco, tra preghiere e fornaci.

La foto per me è vita, non solo estetica, è significato prima di bellezza. L’attrezzatura non ha mai contato molto. La Birmania l’ho girata con una modestissima Canon EOS 450, un’annata intera di Thailandia con il mio ultimo telefono, il Laos con la Canon EOS 90D, alla fine non è il mezzo che conta.

I reportage fotografici di questa pagina sono fatti tutti in questo modo: da fotografo di viaggio non spero che le foto piacciano o meno, spero che parlino a chi le guarda.