Tempio Beng Mealea, circa 70 km est da Angkor Wat.

Foto del complesso archeologico di Angkor 2022

 

Il complesso archeologico di Angkor è una vera e propria città di templi, non esiste altro, solo roccia: quello che era legato alla vita quotidiana, al legno delle capanne e delle case dove viveva la gente comune, se l’è ripreso la giungla.

Dentro questa città di pietra ci sono i nomi che tutti conoscono e che riempiono quasi tutte le foto del complesso archeologico di Angkor: Angkor Wat al centro, i volti giganti del Bayon e le radici di Ta Prohm poco più a nord.

E poi c’è tutto il resto del complesso archeologico di Angkor: un tempio crollato a sessanta chilometri di distanza, un fiume scolpito in cima a una salita di un’ora e mezza, un piccolo capolavoro di arenaria rosa che l’Occidente ha saccheggiato pezzo per pezzo, e una decina di templi che quasi nessuno nomina.

Beng Mealea

Sessanta chilometri a est di Angkor, abbastanza lontano da scoraggiare molti turisti, Beng Mealea è ciò che sarebbero diventati tutti i templi di Angkor senza restauri: un caos magnifico di pietre crollate, alberi che crescono ovunque, corridoi ostruiti da detriti, torri che sono collassate su se stesse.

Le mine antiuomo sono state rimosse (si spera tutte) e ora puoi camminare sul tempio più che attraverso il tempio, scalando macerie, infilandoti in crepe, scoprendo ingressi segreti che non sono segreti, solo dimenticati. Fu base Khmer Rouge, poi base vietnamita, poi di nuovo Khmer Rouge in ritirata. Nel 2001 non riuscii ad arrivarci.

Non ci sono percorsi chiari, passerelle di legno ti guidano attraverso il caos ma spesso finiscono nel nulla e devi improvvisare. La luce è difficile perché la canopia è densa e filtra solo sprazzi, creando contrasti brutali che la macchina fotografica fatica a gestire. Ombre nere e highlight bruciati, niente mezze misure. Beng Mealea non si lascia fotografare facilmente: fra le foto del complesso archeologico di Angkor sono quelle con più grana, con quella imperfezione che a volte comunica autenticità.

Gli alberi qui sono padroni assoluti. Radici che hanno sollevato intere sezioni di muro, tronchi che crescono da torri come capelli di giganti di pietra, rami che si intrecciano sopra cortili trasformandoli in caverne verdi. I bassorilievi, dove ancora visibili sotto il muschio, mostrano scene del Ramayana e altre narrazioni induiste, ma sono così erosi che sembrano fantasmi di immagini.

Le fotografie devono usare luce radente per farli emergere, e anche così ottieni solo impressioni, come ricordi di qualcuno che sta perdendo la memoria. C’è una bellezza triste in questo disfacimento: storie che si cancellano lettera per lettera. Fra i templi di Angkor, Beng Mealea è quello che mostra cosa succede senza intervento umano, senza restauri, senza turismo che giustifica la preservazione. E la risposta è: la giungla vince, vince sempre, fatevene una ragione.

Kbal Spean

Un’ora e mezza di salita attraverso la giungla per raggiungere il “fiume dai mille linga”, dove artisti khmer dell’XI secolo scolpirono direttamente nel letto del fiume simboli di fertilità e divinità. I linga sono intagliati nella roccia del fondale, centinaia, così che l’acqua che scorre su di essi diventa sacra, benedetta, prima di continuare verso la valle dove i campi aspettano.

Durante la stagione secca, quando l’acqua è bassa o assente, puoi vedere chiaramente le sculture e fotografarle nitide, ma manca quella magia dell’acqua che scorre sulle immagini sacre. Durante la stagione delle piogge, il fiume diventa torrente che copre tutto, impossibile vedere nulla sotto la corrente marrone. Il momento perfetto è il post-monsone, quando l’acqua è chiara ma ancora abbondante.

Il sentiero stesso offre fotografie di giungla cambogiana sudaticcia: alberi giganti, farfalle grandi come mani, ragni tessitori dorati nelle loro ragnatele.

La bellezza a Kbal Spean si guadagna con fatica, e fra le immagini dei templi di Angkor queste sono le sole senza un tempio. In cima, dove l’acqua cade in una piccola cascata, la giungla si apre leggermente, puoi immaginare come appariva questa regione quando i khmer scolpivano il fiume: selvaggia, infinita, piena di tigri e elefanti che ora sono quasi estinti.

Banteay Srei

Costruito nel 967, molto prima di Angkor Wat, questo piccolo tempio è il capolavoro di scultura del complesso archeologico di Angkor: ogni centimetro di superficie è coperto da intagli così dettagliati che sembrano impossibili nella pietra. Le apsara qui non sono solo scolpite, sono ritratte con gioielli individuali visibili, dita che tengono fiori con petali contabili, espressioni facciali così varie che riconosci personalità diverse.

I frontoni mostrano scene mitologiche con profondità quasi tridimensionale: Shiva e Parvati sul monte Kailash, Ravana che scuote la montagna mentre Shiva preme con un dito del piede per fermarlo, muscoli e movimento resi in pietra con maestria che fa sembrare facile ciò che è quasi impossibile.

L’arenaria rosa cambia colore con la luce: rosata all’alba, dorata a mezzogiorno, quasi rossa al tramonto. Il tempio è piccolo, delicato, e il nome suggerisce che fosse gestito da donne o dedicato a divinità femminili. Questa scala ridotta permette fotografie intime, rare fra le foto dei templi di Angkor: dettagli che ad Angkor Wat sarebbero troppo alti qui sono ad altezza d’occhi, puoi avvicinarti.

I guardiani alle porte hanno espressioni feroci e corpi muscolosi, armi sollevate per tenere lontani spiriti malvagi, ma non sono bastati a proteggere il sacro tempio. Banteay Srei è stato derubato più volte, pezzo per pezzo. Il caso più famoso è del 1923, quando André Malraux, futuro ministro della cultura francese, staccò quattro figure femminili e finì arrestato a Phnom Penh. Uno dei frontoni è oggi al museo Guimet di Parigi, e diverse statue che vedi sul posto sono copie: gli originali sono stati messi al sicuro nel museo di Phnom Penh.

Molti furti nei templi di Angkor avvennero negli anni ’90, durante il caos post-Khmer Rouge quando nessuno controllava niente e i trafficanti d’arte saccheggiavano sistematicamente i templi per vendere pezzi a collezionisti occidentali.

Ma è storia di colonialismo culturale che continua anche oggi, e le fotografie possono solo testimoniare che la bellezza dei templi di Angkor era ancora più grande prima che l’Occidente decidesse che apparteneva ai suoi musei più che al suo luogo d’origine. I musei occidentali rispondono che stanno “preservando il patrimonio mondiale”, come se i cambogiani non fossero capaci di prendersi cura della propria storia. E c’è qualcosa di osceno in questo argomento quando sai che molti di questi “preservatori” comprarono pezzi rubati durante o immediatamente dopo il genocidio.

Templi minori

Fra i templi di Angkor li chiamano minori, ma Preah Khan da solo sarebbe il monumento più importante di un paese intero: corridoi lunghi centinaia di metri che si stringono a ogni porta, finché devi abbassare la testa per passare. Ta Som ha il suo albero che divora una porta, come Ta Prohm, ma senza la coda di gente. Neak Pean è un’isola circolare in mezzo all’acqua, East Mebon e Pre Rup sono piramidi di laterite rossa da cui si vede la pianura, Ta Keo è rimasto incompiuto perché un fulmine lo colpì durante la costruzione e fu preso per un cattivo presagio.

Sono i templi dove ti ritrovi davvero in pace con te stesso, dove non c’è nessuno che aspetta il suo turno per la stessa inquadratura, e dove le foto dei templi di Angkor tornano a essere tue.

Ci arrivi il secondo giorno, il terzo, quando le facce del Bayon le hai già viste e l’alba su Angkor Wat è già stata. Ed è lì che il complesso archeologico di Angkor comincia a somigliare a quello che è davvero: una città di centinaia di edifici sacri e forse un milione di persone, che ora è solo silenzio.

Per darne un’idea, e so che a dirlo suona strano, ci vogliono almeno tre giornate per visitare tutti i templi di Angkor senza correre. Si può affittare un motorino per sentirsi più liberi, ma consiglio il tuk tuk, e non solo per il tempo che fa risparmiare: le storie dei driver a volte hanno dell’incredibile.

Chi mi accompagnava era uno di cinque fratelli, nato ancora in mezzo alla guerra, già sposato e con due figli. Ha visto Phnom Penh una volta sola, e basta: il resto del mondo lo conosce attraverso i passeggeri che carica ogni mattina davanti all’albergo, gente che ha attraversato mezzo pianeta per vedere i templi di Angkor, le pietre in mezzo alle quali lui è cresciuto.

Ci pensavo mentre mi aspettava all’ombra, a quanto tutto sia arbitrario.