Siem Reap è il punto da cui si entra ad Angkor, di fatto è l’unica ragione per cui esiste. Si arriva e si ricomincia sempre da qui, come fanno queste foto di Siem Reap, anche se i ricordi di quando arrivai la prima volta nel 2001 sono ormai offuscati.
Una città che vive e sopravvive in funzione delle rovine, satellite urbano di Angkor e del passato glorioso khmer, senza esserne mai stata parte. Un paese cresciuto troppo velocemente per soddisfare milioni di turisti che arrivano per vedere i templi e hanno bisogno di dormire, mangiare, bere, divertirsi, comprare qualcosa che finirà dimenticato in un cassetto.
Chi guarda delle foto di Siem Reap pensa ai templi, non certo alla cittadina, ma il nome con i templi non c’entra. Siem Reap vuol dire più o meno “Siam sconfitto”, il ricordo di una vittoria khmer sui vicini messo sull’insegna della città, il che non ha impedito al Siam di tenersela fino al 1907, quando la provincia tornò alla Cambogia sotto i francesi. Furono loro a inventare il turismo da queste parti: nel 1932 aprì il Grand Hotel d’Angkor, e da allora chi viene a vedere le rovine, e può permetterselo, dorme lì.
Il tempo da queste parti passa veloce, troppo veloce, come in tutta l’Asia. Neppure ricordo dove alloggiai all’epoca, Siem Reap è davvero completamente cambiata, irriconoscibile.
Le strade di Siem Reap
Scopro una sera Pub Street, un caos controllato di ristoranti di fish curry accanto a pizzerie italiane e hamburger americani, turisti occidentali che contrattano con i conducenti dei tuk-tuk per corse che costano due dollari ma cercano di pagarne uno perché anche in vacanza il capitalismo è puro istinto. La strada si chiude al traffico e diventa quello che il nome promette, con la birra alla spina a cinquanta centesimi e locali ancora mezzi deserti. Nessuna foto di Siem Reap notturna, a parte qualche pigro scatto sfocato con il telefonino che non pubblico.
Di giorno, nel 2022, con il Covid appena finito e pochi turisti in giro, le foto di Siem Reap mostrano una città ancora imbavagliata dalla mascherina: sugli scooter, alla guida dei tuk-tuk, sulle biciclette degli studenti in camicia bianca che pedalano in fila. Le strade oggi sono perfettamente asfaltate, larghe, con i lampioni e una bella pista ciclabile verde.
Non potevo crederci, le vie secondarie erano solo di terra battuta, quando scattai le mie prime fotografie di Siem Reap nel 2001.
Oggi Siem Reap è una macchina perfettamente oliata: la gente ha lavoro ed elettricità affidabile e i bambini vanno a scuola invece di mendicare per strada come nel 2001. Ma il fiume scorre ancora attraverso la città come sempre, marrone e lento, e lungo le sue sponde i bambini si tuffano nudi nell’acqua torbida, quella è sempre gratis.
Non è un fiume qualunque: scende dal Phnom Kulen, la montagna sacra a nord, passa accanto ai templi e finisce nel Tonlé Sap, il grande lago. La stessa acqua che per secoli ha riempito fossati e bacini di Angkor arriva qui stanca, divide il centro in due e offre ombra grazie alle molte piante.
Con circa duecentocinquantamila abitanti è una delle città più grandi della Cambogia, ma basta allontanarsi di tre strade dal centro perché torni un paese. Chi arriva per le rovine di solito non ci fa caso, e le foto di Siem Reap restano le meno cercate del viaggio; sono anche le uniche in cui i cambogiani non fanno da comparse.
Il mercato vecchio di Siem Reap
Poi in città c’è il Psar Chas, il mercato vecchio, coperto, in centro, a cui è dedicata metà delle foto di Siem Reap di questa pagina. Fuori, un groviglio di motorini parcheggiati; dentro, sotto il tetto, le lampadine restano accese anche a mezzogiorno. Banchi con zucchine, melanzane, peperoncini, e più in là ci sono la carne con le mosche e le salsicce appese ai ganci.
Fra un cliente e l’altro c’è chi fa i conti su un quaderno, chi passa il tempo guardando video sul YouTube.
Finalmente trovo le immagini che cercavo, il vecchio mercato coperto regala foto di Siem Reap più reali, di vita vera, offre la sensazione strana che nonostante gli schermi luminosi del ventunesimo secolo questo luogo comunque esistesse ben prima dei turisti, ben prima del genocidio dei Khmer Rossi, prima di tutto e che continuerà a esistere anche dopo, per sempre, come sempre.



