Gli scaffali della fonderia Ri Xing: migliaia di caratteri di piombo allineati in file ordinate, uno per ogni ideogramma.

Foto di Taipei 2026

 

Da Bangkok sono meno di quattro ore di volo, e sembrano molte di più. Atterri in Asia e non la riconosci: nessun clacson, nessun marciapiede sventrato, nessuno che ti insegue per venderti qualcosa. Taipei è pulita, ordinata, silenziosa, quasi sospesa.
L’unica cosa familiare è il caldo, afoso e umido come quello che avevo lasciato. Queste foto di Taipei vengono da una settimana di cammino: poco per conoscere una città, ma abbastanza per sentirne il tono.

Foto di Taipei

Dall’aeroporto via in metropolitana fino all’albergo, e la prima impressione sui binari è stata quella di percorrere un’isola verdissima, una sorta di Irlanda in Asia.
Le macchine si fermano ai semafori rossi, inaudito, ti fanno passare, per uno che vive in Sukhumvit pare incredibile. Ma non solo, persino i pedoni si fermano, addirittura se non arriva nessuno.
Sono le regole, e le regole a Taipei capisci che per loro sono tutto, e di questo ne riparlerò più avanti.

Dormivo a Dadaocheng, il quartiere dei vecchi mercanti, in un albergo economico rimasto fermo agli anni Settanta. Dietro l’angolo Dihua Street, con le botteghe di erbe, spezie e frutta secca allineate sotto i portici e i sacchi aperti davanti alle porte.
Quando arriva la pioggia si continua a camminare all’asciutto da un portico all’altro. È la Taipei che resiste al tempo, e da qui vengono molte delle immagini di Taipei più colorate. Le strade sono regolari, a pianta squadrata, difficile perdersi. Il resto lo fa la lingua. Pochi parlano inglese, i cartelli e i menù sono quasi solo in cinese, e il mio misero thai qui non serviva a niente.

Al mercato notturno di Ningxia, la parte più viva di queste foto di Taipei, ho provato a orientarmi con gli occhi e con il naso, senza trovare niente che mi entusiasmasse, nemmeno il celebrato tofu puzzolente. Forse sono io che non conosco questa cucina. In compenso, fra i banchi, un signore portava a spasso il suo maiale al guinzaglio, e non passava esattamente inosservato.
Ma resta la sensazione di una città gentile e chiusa insieme: ti sorride, ti aiuta, e alla fine non ti lascia entrare. Rispetto a Hong Kong si respira meglio, la gente è meno stressata e di turisti se ne vedono pochi.

Per capire da dove viene realmente quella calma sospesa bisogna andare al memoriale di Chiang Kai-shek. Il monumento è eccessivo, come ci si aspetta da chi ha governato l’isola per un quarto di secolo: marmo bianco, tetti blu, una piazza fatta appositamente per le parate.

Dentro ci sono le sue auto, le uniformi, il suo ufficio ricostruito e le fotografie degli incontri con MacArthur, Eisenhower e Johnson.
In bianco e nero si legge tutta la storia di Taiwan: un governo in esilio, un alleato lontano, un’isola che da allora vive in perenne attesa che succeda qualcosa.

E quell’attesa si vede anche per strada, come in una di queste fotografie di Taipei: accanto alle porte di molti palazzi un cartello indica il rifugio antiaereo più vicino. Sull’isola ce ne sono più di centomila, con posto per oltre ottanta milioni di persone, più di tre volte gli abitanti; quasi sempre sono semplici seminterrati di palazzi normali, assurdo davvero.

Poi di nuovo in metro, finalmente a visitare il Taipei 101. Per qualche anno l’edificio più alto del mondo, ma è durata poco. Il panorama mi colpisce decisamente meno di quello di Bangkok, ma la torre in sé è davvero bella.

Dentro un’enorme sfera dorata appesa al centro della torre, un contrappeso che la tiene ferma contro il vento dei tifoni e i terremoti.
Fuori le fotografie di Taipei mostrano una città distesa fra montagne verdi, molto più grande di come appare camminando, che qui sì mi ricorda Hong Kong nei suoi palazzoni banali e infiniti a perdita d’occhio.
La luce era piatta, senza molto da dire. Poi è sceso il buio, mentre salivo sull’Elephant Mountain e la torre si è accesa, e la fatica è stata ripagata: le foto di Taipei di notte sono nate lì.

Molto interessante, inaspettata, la fonderia Ri Xing, a due passi dall’albergo: l’ultima fonderia di caratteri mobili cinesi al mondo, migliaia di caratteri di piombo allineati negli scaffali, uno per ogni ideogramma. Unica la sensazione di una lingua che non so leggere, conservata in una sola stanza: il congedo giusto per queste fotografie di Taipei.

La casa di Lin An Tai

Lin An Tai è una dimora cinese tradizionale costruita da una famiglia di mercanti venuti dal Fujian, con i tetti curvi, i cortili e uno stagno nel giardino. Fra le immagini di Taipei è l’angolo della città antica rimasto intatto in mezzo ai palazzi.

La casa è davvero bella, ma sono arrivato tardi. La luce era pessima e il caldo toglieva già il respiro. Nei cortili, coppie in abito rosso tradizionale posavano per le foto di rito di nozze: un po’ ridicole, a dirla tutta, ma al tempo stesso anche belline. La tradizione usata come fondale per le foto di Taipei più insolite.

Taipei è stata anche la base per le escursioni fuori città, che racconto nelle foto dei dintorni di Taipei.