Foto di Hong Kong dal porto: i grattacieli in fila sull'acqua.

Foto di Hong Kong 2023

 

A Hong Kong la densità non è statistica, è un’esperienza fisica: 7 milioni di persone stipate in 1.104 chilometri quadrati dove il 75% è troppo ripido per essere costruito, quindi tutto si comprime nel restante 25% creando una concentrazione umana che le foto di Hong Kong faticano a comunicare perché la claustrofobia non si può inquadrare.

I grattacieli non sono solo alti, sono fitti: si ergono uno accanto all’altro come denti storti in una bocca troppo piccola, così vicini che i residenti possono passarsi il sale da finestra a finestra, così numerosi che visti dal Peak formano una foresta di cemento e vetro che si estende fino al mare.

Le fotografie di Hong Kong più oneste sono quelle che guardano dentro: insegne verticali che si protendono sui marciapiedi come foresta di neon cinese e inglese, negozi grandi come armadi che vendono ogni cosa immaginabile, persone che camminano in flussi continui che non si fermano mai perché fermarsi significherebbe bloccare tutto. Le immagini di Hong Kong devono scegliere tra catturare il caos o impazzire insieme ad esso: metti a fuoco un’insegna e tutto il resto diventa sfocatura colorata, metti a fuoco una persona e diventa fantasma tra fantasmi in movimento perpetuo.

Le strade di Hong Kong

Il mercato di Temple Street offre fotografie che profumano di street food e diesel: bancarelle che vendono orologi falsi e giada vera o forse il contrario, veggenti che leggono il futuro, cortili interni circondati da appartamenti che si alzano per quindici piani creando pozzi di cemento dove il cielo è solo un quadrato azzurro: sono l’essenza delle fotografie di Hong Kong. Si tratta di una bellezza brutale, grezza, a volte aggressiva; ma sicuramente unica, che ti fa dire sei a Hong Kong.

Poi viene sera e la città, invece di spegnersi, cambia turno: le insegne si accendono tutte insieme e la domanda diventa una sola, che si mangia? Si mangia bene, quasi ovunque: una zuppa di noodle che vale da sola la serata, l’anatra alla cinese appesa in vetrina e tagliata al momento, anche se continuo a preferire quella thai più asciutta e meno grassa. Sono forse le fotografie di Hong Kong meno presentabili, luci al neon su piatti fumanti, e il resto delle serate è meglio non chiederlo, ma ogni bicchiere costa non poco.

Le fotografie di Hong Kong alla fine guardano in su dal basso, il grandangolo esagera la verticalità ma nemmeno di molto perché la realtà è già quasi caricatura di se stessa. Non ci sta mai niente dentro il frame, è sempre troppo. Il tram che sale al Peak, lo Star Ferry che attraversa il porto, le scale mobili più lunghe del mondo, 800 metri che ti portano dalla finanza alla residenza senza mai dover camminare su strada.

Il porto è l’unico vuoto che la città si concede: un braccio di mare fra l’isola e Kowloon, e sulle due sponde i grattacieli schierati a guardarsi come due tifoserie. Dal lungomare di Wan Chai, o dalla riva opposta davanti al Museo d’Arte, le foto di Hong Kong diventano finalmente orizzontali, perché c’è abbastanza distanza per far stare lo skyline in una sola inquadratura.

A North Point invece la distanza finisce subito: è la città dove si abita, lontano dalle vetrine, condomini di trenta piani con un condizionatore a ogni finestra, e qui il grandangolo non serve a esagerare ma soltanto a farci stare tutto.

I templi di Hong Kong

Al tempio Man Mo, su Hollywood Road, i fedeli scuotono un barattolo di bastoncini numerati finché ne cade uno, e quel numero è la risposta alla domanda che avevano in testa. Qui le foto di Hong Kong catturano la tensione del potenziale: fedeli che pregano mentre fuori scorrono Ferrari, incenso che sale verso soffitti decorati mentre sopra i grattacieli bucano le nuvole, e nessuna delle due realtà sembra avere ragione sull’altra, neppure lo vuole, coesistono semplicemente perché Hong Kong ha imparato che alla fine tutto può coesistere davvero tutto, se non ci pensi troppo.

Per trovare il silenzio bisogna decisamente uscire dalla città: il monastero di Po Lin sta sull’isola di Lantau, sull’altopiano di Ngong Ping, fondato da tre monaci nel 1906 quando lassù non c’era niente. Oggi c’è il grande Buddha di bronzo, trentaquattro metri seduti in cima a 268 gradini, inaugurato nel 1993 e da allora in posa per chiunque salga.

Le foto di Hong Kong scattate quassù non sembrano nemmeno della stessa città: incenso, tetti a pagoda, montagne verdi alle spalle, e nessun edificio che superi la statua. È la metà del territorio che non entra nelle cartoline, quel 75% troppo ripido per essere costruito che è rimasto semplicemente montagna, così come era.

Quanto può crescere una città prima che la gravità sociale la faccia collassare? Non conosco la risposta a questa domanda, ma il bus per Macao mi sta aspettando.