Selfie di una bellezza cinese davanti a San Paolo, con la folla della piazza alle spalle.

Foto di Macao 2023

 

Da Hong Kong a Macao si passa sul ponte più lungo del mondo, cinquantacinque chilometri sul mare aperti nel 2018, e il terminal dove si scende sembra quello di un aeroporto: passaporti, controlli, dogana, perché fra le due città c’è ancora una frontiera anche se tutte e due sono Cina.

Macao è stata portoghese per 442 anni, fino al 1999, la colonia europea più lunga d’Asia. Scritte in cinese, portoghese, inglese. Le foto di Macao catturano una città che ha venduto l’anima al diavolo e il diavolo ci ha costruito casinò. Macao è un esperimento su cosa succede quando prendi 32 chilometri quadrati, riempi ogni centimetro di slot machine e lusso di plastica, e aspetti che il denaro cinese arrivi a fiumi attraverso il confine.

E il denaro è arrivato, in quantità che hanno trasformato quest’angolo dimenticato della costa cinese nella capitale mondiale del gioco d’azzardo, superando Las Vegas in fatturato con margini che sono semplicemente osceni.

Nelle immagini di Macao, come ti giri ti giri, il Grand Lisboa si erge sempre come un fiore di loto dorato impazzito, petali di vetro e acciaio che si aprono verso il cielo in una geometria che sembra generata da un algoritmo. Non è che non sanno che è kitsch, sanno e non gliene importa perché il kitsch vende, il kitsch è democratico, il kitsch parla a tutti mentre il buon gusto parla solo a pochi.

Il centro storico di Macao

Le strade del centro storico, Senado Square con i suoi mosaici portoghesi a onde bianche e nere, le case coloniali color pastello che sembrano una Lisbona trapiantata nei tropici e lasciata marcire con grazia sotto un’umidità che nessun europeo aveva previsto, offrono fotografie di una Macao che sta scomparendo, immagini di un passato quasi sepolto. Non fisicamente, non ancora completamente, ma culturalmente di sicuro.

Poi ci sono le fotografie di Macao che cerco e finalmente trovo nonostante il poco tempo a disposizione, le immagini di Macao che non finiscono sui dépliant dei casinò: una farmacia cinese con i barattoli in vetrina, le anatre laccate appese in fila dietro un vetro, i vicoli dietro Senado Square dove il Portogallo finisce dopo venti metri e ricomincia la Cina.

Le rovine di San Paolo sono la facciata di una chiesa che non c’è più. I gesuiti la costruirono nei primi decenni del Seicento, un incendio nel 1835 si portò via tutto il resto, e da allora in cima alla scalinata è rimasto un muro di granito con le finestre aperte sul cielo.
È il simbolo della città, della storia indipendentemente dalla prospettiva, e nelle mie foto di Macao qui c’è sempre qualcuno con il telefono alzato: si sale fin quassù per farsi un selfie davanti a una facciata con niente dietro, che a pensarci è il ritratto più fedele che Macao potesse farsi.

Accanto alle rovine si sale alla fortezza del Monte, e da lassù le immagini di Macao cambiano scala: i cannoni sono ancora sui bastioni, ma davanti hanno soltanto condomini stretti uno all’altro, e in mezzo il Grand Lisboa che spunta dai tetti come un oggetto caduto da un altro pianeta. È la foto di Macao che spiega tutte le altre: la città vecchia sotto, bassa e consumata, e sopra la torre dorata che la guarda dall’alto in basso, quasi con disprezzo.

Il Cotai e i casinò

Il Cotai Strip, quella striscia di terra che non esisteva, era mare finché non l’hanno riempita di sabbia per costruire più casinò perché la penisola originale era piena, offre le più artificiali fra le immagini di Macao: non solo gli edifici ma la terra stessa è finzione, importata, pagata.
Qui i casinò si chiamano “resort integrati” perché hanno anche hotel e centri commerciali e teatri dove si esibiscono celebrità occidentali in declino che vengono pagate milioni per cantare di fronte a giocatori che non li conoscono nemmeno ma apprezzano che siano costosi, perché a Macao il costo è il valore, il prezzo è il significato.

Macao ha il PIL pro capite tra i più alti del mondo, ma i giocatori lasciano Rolex e borse Hermès al banco dei pegni per avere liquidità per un’altra mano, un altro giro, un’altra possibilità: è una ricchezza che circola senza mai depositarsi.

Le vecchie fortezze portoghesi offrono le più stratificate fra le fotografie di Macao: muri del XVII secolo costruiti per difendersi dai pirati olandesi, ora circondati da grattacieli-casinò che sono i veri conquistatori, hanno preso Macao senza sparare un colpo, solo aprendo porte con luci lampeggianti che dicono “benvenuto” in dodici lingue e promettono fortuna che statisticamente, matematicamente, non può arrivare ma la gente continua a cercare perché la speranza è più forte dell’aritmetica.
Avrei catturato volentieri delle immagini di Macao all’interno dei Casinò, ma con la macchina fotografica a tracolla non mi hanno neppure fatto entrare. Lo so, sono ingenuo, e non ci pensavo proprio a questa ovvia problematica.

Macao è l’unico posto in Cina dove il gioco d’azzardo è legale, ed è per questo che esiste così com’è: il resto del paese attraversa il confine per un fine settimana e se ne torna a casa più povero.