Due ex colonie, tornate alla Cina a due anni di distanza: Hong Kong britannica nel 1997, Macao portoghese nel 1999. Stessa formula, un paese due sistemi, e due modi opposti di usarla: Hong Kong ha continuato a costruire uffici finché c’era spazio, Macao ha scelto i casinò e oggi incassa dal gioco più di Las Vegas.
Cosa raccontano le foto di Hong Kong e Macao
Hong Kong è stata britannica per 156 anni, Macao portoghese per 442, e la differenza di durata si vede ancora. Gli inglesi hanno lasciato una lingua, i tribunali e l’abitudine di mettersi in coda; i portoghesi hanno lasciato chiese, piazze lastricate a onde e i nomi delle strade scritti su piastrelle bianche e blu, in una lingua che in città non parla quasi più nessuno. Nelle immagini di Hong Kong e Macao messe una accanto all’altra il passato coloniale ha due facce: da una parte è diventato struttura, dall’altra scenografia.
Anche le insegne, nelle foto di Hong Kong e Macao, parlano due lingue diverse. A Hong Kong il cinese sta accanto all’inglese, che resta la lingua degli affari e dei cartelli della metropolitana; a Macao sta accanto al portoghese, che è lingua ufficiale ma serve soprattutto ai documenti e alle targhe. In tutte e due, per strada, si parla cantonese.
La formula che le governa è la stessa, un paese due sistemi, ed è a tempo: cinquant’anni dal ritorno alla Cina, quindi 2047 per Hong Kong e 2049 per Macao. Fino ad allora ognuna tiene le sue leggi, la sua moneta, la sua polizia di frontiera. A Hong Kong di quella scadenza si discute da anni, a volte in piazza; a Macao sembra interessare molto meno, forse perché i casinò rendono abbastanza da non farsi troppe domande.
Il gioco è la differenza più netta. A Hong Kong è vietato, con la sola eccezione delle scommesse gestite dal Jockey Club, cavalli e lotteria; a Macao è l’economia intera. Per questo le foto di Hong Kong e Macao sembrano scattate in due paesi diversi anche quando inquadrano la stessa cosa, una strada piena di gente: di là la folla va in ufficio, di qua va a perdere soldi.
Da una città all’altra
C’è una cosa che le immagini di Hong Kong e Macao non possono mostrare: fra le due ci sono sessanta chilometri di mare, l’estuario del Fiume delle Perle, e una frontiera vera, passaporto in uscita, passaporto in entrata e dogana, come fra due stati. Cambiano anche i soldi, dollari di Hong Kong da una parte e pataca dall’altra, anche se a Macao i dollari li prendono ovunque e il resto spesso te lo danno in pataca, che fuori da lì non vuole nessuno. In compenso si guida a sinistra in tutte e due, mentre nel resto della Cina si guida a destra: un’altra eredità che nessuno ha pensato di restituire.
Dal 2018 le due città sono unite da un ponte, e il passaggio dura meno di un’ora. È poco per abituarsi: si parte da una metropoli di sette milioni di persone e si arriva in una città che ne ha un decimo, grande quanto un quartiere dell’altra. Le fotografie di Hong Kong e Macao di queste pagine sono state fatte così, andando e tornando, e viste di seguito dicono una cosa che da dentro non si nota: sono due risposte diverse alla stessa domanda, cosa fare di un pezzo di Cina che per secoli è stato di qualcun altro.
Le foto di Hong Kong e Macao sono del novembre 2023, il primo anno di riapertura dopo tre anni di frontiere chiuse. Le due città erano tornate piene, ma di un pubblico quasi solo cinese, e questo cambia quello che si vede per strada più di qualunque grattacielo nuovo.

