I templi cinesi non mi sono mai veramente piaciuti. Li ho visti in Vietnam, poi a Hong Kong, e mi sono sempre sembrati troppo: troppo oro, troppi draghi, troppe divinità, troppo mercato, troppi colori uno sopra l’altro.
Taipei non mi ha fatto cambiare idea. Ma a Taipei ho visto anche la gente che dentro quei templi ci crede davvero, e quella non è mai troppo. Queste foto dei templi di Taipei sono soprattutto sue.
Foto del tempio Longshan
Dal memoriale di Chiang Kai-shek ci sono andato a piedi. Sulla mappa sembrava una passeggiata e l’ho sottovalutata: un bel pezzo di strada sotto il caldo, poco da fotografare lungo il tragitto, ma marciapiedi e asfalto perfetti, senza una crepa.
Poi la città monumentale finisce, comincia Wanhua, il quartiere più vecchio, e nell’aria arriva il fumo del tempio Longshan.
Il tempio Longshan è il più famoso della città. Lo costruirono nel 1738 i coloni arrivati dal Fujian, lo bombardarono gli americani nel 1945, quando l’isola era ancora giapponese, e lo hanno ricostruito ogni volta. Oggi è dedicato a Guanyin, ma sugli altari c’è posto per molti altri dei.
Dentro c’è un gran caos: fumo che non si dirada mai, mazzi di bastoncini d’incenso agitati sopra la testa, fiori, frutta, biscotti, bottiglie di bibite allineate davanti alle statue come su uno scaffale. Tutti molto convinti, e tutti, cosa che non mi aspettavo, allegri. Nessun raccoglimento cupo: si prega, si chiacchiera, si ride. Le foto del tempio Longshan sono quelle in cui la fede si vede di più, e non c’entrano niente con l’oro dei tetti.
Il Dio della città di Xiahai
Il tempio che mi è piaciuto di più è il più piccolo, a pochi passi dal mio albergo su Dihua Street. Lo eressero a metà Ottocento i mercanti venuti da Tong’an, nel Fujian, per affidare il loro quartiere al Dio della città, il protettore che veglia sugli abitanti e ne tiene il conto anche nell’aldilà. Sono pochi metri quadrati con più di seicento statue, la densità di divinità più alta di Taiwan: in certi angoli non sai dove appoggiare lo sguardo.
Anche qui erano molto convinti, e c’è un motivo. Dal 1971 il tempio ospita Yue Lao, il dio che combina i matrimoni, e buona parte di chi entra viene a chiedere un amore. Forse per questo, a differenza degli altri templi, qui fotografare non era gradito, e me l’hanno fatto capire: chi viene a chiedere un amore non vuole testimoni. Il tempio dice che ogni anno tornano a ringraziare migliaia di coppie. Fra tutti i templi di Taipei è quello dove si prega per le cose più semplici.
Dalongdong Bao’an e il tempio di Confucio
Al Dalongdong Bao’an sono arrivato di mattina, in un giorno feriale, con poca gente e molto silenzio. È dedicato a Baosheng Dadi, un dio guaritore, ed è carico come gli altri: statue, dorature, altari fitti.
Accanto c’è il tempio di Confucio, ed è l’opposto: niente statue, solo tavolette, cortili ordinati, un’architettura sobria che quasi sorprende dopo tanto oro. Due templi uno accanto all’altro, e sembrano due religioni diverse.
Una visita veloce, poi ho tirato dritto verso la casa di Lin An Tai, che è a poca distanza. Fra le immagini del tempio Longshan e queste, la differenza la fa la gente: qui non c’era quasi nessuno.
Il tempio di Guandu
Guandu è lontano dal centro, a nord, verso il fiume. Il tempio era soprattutto una scusa: volevo vedere la periferia di Taipei. L’ho trovata pulita e organizzata come il centro, persino meglio, niente a che vedere con le periferie degradate che conosciamo in Europa.
Il tempio è dedicato a Mazu, la dea del mare. Era una ragazza di un villaggio di pescatori del Fujian, vissuta più di mille anni fa, diventata la protettrice dei marinai: chi attraversava lo stretto portava con sé la sua immagine, e i coloni arrivati dal Fujian l’hanno portata anche qui. Oggi a Taiwan i suoi templi sono quasi mille, e quello di Guandu risale al 1712.
Del tempio mi resta il lungo tunnel scavato nella collina e la vista sui tetti dall’alto, e lassù si capisce da dove viene tutto quel colore. I draghi e le figure sui colmi sono fatti con il jiannian: frammenti di porcellana colorata, tagliati uno per uno e fissati su un’anima di fil di ferro e calce. Gli artigiani venivano dal Fujian, chiamati a Taiwan già fra Seicento e Settecento, e i loro draghi si ritrovano in tutte le foto dei templi di Taipei. Da vicino è un lavoro di pazienza infinita; da lontano resta, per me, troppo. Ma è un troppo fatto a mano.
Ero sulla banchina della metro, in attesa del treno per tornare, e ho bevuto un sorso d’acqua da una bottiglietta appena comprata. Una signora anziana, una volontaria della metro, mi ha subito rimproverato: nelle stazioni non si beve, non solo sui treni.
Pensionati e volontari, a Taipei, ne avrei incontrati altri, sempre al posto giusto nel momento giusto: alle regole non si sfugge.























