Bangkok di notte dall'alto, sotto un cielo carico di nuvole.

Foto di Koh Chang e Bangkok 2025

 

Questa volta sono rimasto per quattro mesi a Bangkok, immergendomi nella sua quotidianità, ritagliandomi il mio spazio, lavorando da casa e andando in piscina o in palestra, uscendo la sera. Cercando di studiare (non mollo) la lingua thai. Vivendo, e non viaggiando, inevitabilmente qualcosa rallenta, come la voglia di uscire a caccia di scatti con la mia nuova Canon 90D: per questo le foto di Koh Chang, del Songkran e della città sono meno di quante avrei voluto. 

Le cose sono molto cambiate da quando ci misi piede per la prima volta nel lontano 2000. È un paese che ormai esiste per essere consumato, fotografato, recensito su TripAdvisor, e questa esistenza performativa ha eroso qualcosa di fondamentale: ha trasformato la cultura in spettacolo, la tradizione in prodotto, la gentilezza in transazione.

Non si torna indietro. Sono bastati solo un paio di decenni per veder sbiadire quel sorriso unico.

Bangkok

Il traffico di Bangkok rimane infinito, ma il BTS Skytrain e la MRT metropolitana hanno espanso le loro reti in modo incredibile. Le fotografie questa volta sono quelle di chi ci abita: la piscina sotto i grattacieli, i rooftop dove si finisce la sera, il fiume di notte con il Wat Arun illuminato.

Khao San Road non l’ho mai frequentata, neppure nei primi anni 2000, neppure quando era il leggendario epicentro backpacker. Nel 2025 la versione ridicola di se stessa: una strada completamente dedicata a servire turisti budget che vogliono un'”esperienza autentica thailandese” che consiste in pad thai annacquato, bucket di alcol, treccine e tatuaggi temporanei con “benedizioni” in scrittura thai.

Mi chiedo inevitabilmente se sui tatuaggi ci sia scritto “pollo fritto” invece di “guerriero spirituale”.

Songkran

Ed è poi arrivato aprile, il Songkran: la festa religiosa dove si visitavano templi, si facevano offerte ai monaci, si versava acqua profumata sulle mani degli anziani in segno di rispetto, si puliva casa e si iniziava l’anno nuovo purificati spiritualmente e fisicamente.

Le foto del Songkran mostrano un’apocalisse acquatica, un rave party globale: strade trasformate in fiumi, gente completamente bagnata che balla sotto camion equipaggiati con cisterne d’acqua e speaker che pompano EDM, turisti ubriachi alle 11 del mattino che cadono, si rialzano, cadono ancora, tutto coperto di schiuma bianca che qualcuno ha deciso di aggiungere perché l’acqua normale non è abbastanza performativa.

I farang (stranieri) trattano il Songkran come una sorta di Spring Break tropicale, sparano acqua gelata direttamente in faccia, bersagliano motorini rischiando incidenti.

Il governo thailandese ha provato negli anni a implementare regole, ma sta ai lati: nelle fotografie del Songkran i poliziotti hanno la faccia impastata di bianco come tutti gli altri. Interviene solo quando la violenza diventa troppo ovvia, e per il resto lascia che la festa faccia il suo corso commerciale perché i turisti spendono soldi, molti soldi, e l’economia thailandese dipende da questo.

Museo Erawan

Il Museo Erawan è forse uno degli edifici più bizzarri del Sud-est asiatico, e considerando la competizione questo è un risultato notevole.
Avevo deciso di visitare la foce del grande fiume Chao Phraya a Samut Prakan, appena fuori Bangkok, e mi sono fermato di fronte a questa statua gigante di elefante tricefalo (Erawan, o Airavata, l’elefante divino di Indra nella mitologia induista): 250 tonnellate di bronzo e rame sopra un edificio di tre piani, quasi 44 metri in tutto.

L’edificio rappresenta la cosmologia induista e buddista: il sottosuolo è l’inferno, il piano terra è la terra umana, il piano superiore dentro la pancia dell’elefante è il paradiso. Lo volle Lek Viriyaphan, miliardario eccentrico e collezionista d’arte e antiquariato, che avviò il progetto nel 1994; il museo ha aperto nel 2003. Ci investì la sua fortuna personale per creare… un tempio? Un museo? Un monumento al proprio ego?

Le foto del museo Erawan dall’esterno mostrano questo elefante di bronzo sopra un edificio rosa, così esagerato e improbabile che il cervello fatica a processarlo come oggetto esistente. Devi navigare questa sovrabbondanza visiva cercando un frame che abbia senso invece di essere semplicemente caos colorato. La scala rosa che sale verso la pancia dell’elefante, con ringhiere dorate e gradini di ceramica dipinta, offre composizioni che oscillano tra il magnifico e il ridicolo.

I visitatori devono togliersi le scarpe e comportarsi rispettosamente, ma è difficile sentire riverenza quando sei letteralmente dentro la pancia di un elefante gigante circondato da decorazioni che sembrano uscite dall’allucinazione di qualcuno.
Il museo è un’attrazione turistica di nicchia, visitata principalmente dai thai. Le foto del museo Erawan sono invariabilmente scattate dallo stesso angolo: la statua dell’elefante vista dal basso contro il cielo azzurro, perché è l’unico scatto che rende giustizia alla scala senza rivelare quanto sia confuso il resto.

È il monumento a un’idea: che il sacro non deve essere austero, che la religione può essere colorata ed eccessiva e ancora significativa per chi ci crede.

E forse questa è la lezione che si deve accettare: che il disagio estetico non invalida il significato spirituale degli altri, che il kitsch è una categoria occidentale, che l’elefante rosa dentro cui stai fotografando è assurdo ma non più assurdo di molte altre cose che gli umani costruiscono per connettersi con il divino.

Foto di Koh Chang

Due anni dopo Koh Samet, per il mare scelgo un’isola più grande e più lontana. Nei primi anni 2000 il governo thailandese decise che Koh Chang doveva essere la “prossima grande destinazione balneare” per ridurre la pressione su Phuket e Samui, già sovraffollate, e iniziò a costruire infrastrutture: la strada che circumnaviga l’isola, ponti, ferry più grandi e frequenti, permessi per resort che improvvisamente divennero facili da ottenere nonostante le zone fossero “protette”.

Nel 2025 il risultato è prevedibile: la costa ovest è quasi completamente edificata con resort che variano da backpacker economici a five-star che costano quanto lo stipendio mensile thai medio per una notte.

Le fotografie di Koh Chang al tramonto sono obbligate, perché la costa dei resort guarda a ovest: i tramonti sono spettacolari, e funzionano sempre perché il sole che cala nel Golfo di Thailandia tra nuvole tropicali crea una palette di arancio, rosa e viola che sembra photoshoppata ma è reale.

Se poi in quel momento dei ragazzini si mettono a giocare a calcio in spiaggia ne esce una foto di Koh Chang davvero interessante.

Le immersioni e lo snorkeling intorno all’isola mostrano di tutto: zone dove il corallo è morto completamente lasciando scheletri grigi, e sezioni dove resiste colorato e vivo, dove i pesci tropicali nuotano ancora in abbondanza relativa. Sott’acqua ci sono andato, ma senza macchina: nelle foto di Koh Chang il mare si vede solo da sopra.

È una bellezza compromessa, un ecosistema sotto stress che continua a funzionare ma mostra segni evidenti di pressione. Nessuna singola causa ma un accumulo che sta lentamente uccidendo ciò che rende l’isola attraente, creando un loop autodistruttivo che finirà con i turisti che smetteranno di venire perché non c’è più niente da vedere.

Sicuramente non si tratta del mio reportage migliore, ero come sempre troppo occupato a vivere quei mesi per pensare alle immagini. Prometto di fare molto meglio durante il mio prossimo soggiorno a Bangkok.

La Thailandia è orgogliosa di non essere mai stata colonizzata, ma ha fatto un lavoro di auto-colonizzazione migliore di quanto avrebbe fatto qualsiasi potenza europea, trasformando se stessa in un prodotto consumabile, terra di sorrisi che costano sempre qualcosa anche se pretendono di essere gratis.

Ma non si può ancora dire, per fortuna, che l’identità nazionale sia meno importante del PIL, che il sacro è monetizzato fino a diventare souvenir.

La Thailandia non è solo un parco divertimenti per il mondo, è anche casa di 70 milioni di persone che navigano questa realtà doppia ogni giorno, che sono consapevoli di come il loro paese è percepito globalmente ma continuano a vivere secondo valori che i turisti non vedono mai perché sono occupati a fotografare elefanti giganti rosa.