Queste foto di Koh Samet e di Bangkok hanno un altro passo: questa volta i tempi si allungano e la pigrizia si spande lenta, la fa da padrona. Gli scatti sono spesso rubati con il mio nuovo telefonino e non con la mia amata Canon. Ma a parte la mancanza di dati exif questo non toglie nulla all’unicità delle immagini.
Bangkok
Fino al viaggio del 2022 solitamente alloggiavo a Siam, vicino all’MBK. Poi l’albergo ha chiuso e mi sono spostato su Sukhumvit, fra Thonglor ed Ekkamai. Appena arrivato, la zona mi ha davvero affascinato, nonostante le vie interne senza marciapiede e il traffico assurdo. Una Bangkok nuova, passata, intrigante, che mi mancava.
Nelle fotografie eccomi in questi quartieri, dove l’architettura diventa set cinematografico di un futuro che nessuno ha chiesto: bar nascosti dietro porte senza insegne in edifici che sembrano bunker di lusso, ristoranti dove si mangia quasi al buio, rooftop bar sospesi al cinquantesimo piano da cui si ha una vista allucinante sulla città, le luci che al tramonto si accendono, una creatura di cui non vedi la fine. Sono spazi che rifiutano l’idea stessa di comfort per abbracciare un’estetica della difficoltà, come se l’accessibilità fosse diventata volgare.
I condomini da queste parti si chiamano “The Monument”, “T-one”, “The Vertical”, “Ideo Q”; nomi che non promettono casa ma dichiarano permanenza, architetture che non vogliono essere amate ma solo riconosciute. Questo è quello che davvero affascina, questa simbiosi tra uomo e città, tra culture diverse e thailandese, tra macchina e corpo.
Decido per una stanza in un piccolo condo di quattro piani in una traversa di soi 36: un’isola d’aria e di luce, accerchiata dai grattacieli ma non coperta, con un minimo di cielo visibile, abbastanza lontana dal caos della Sukhumvit e abbastanza vicina per arrivare a piedi o in metro ovunque mi interessi.
Non posso rinunciare a tornare al Wat Pho per l’ennesima volta, per un massaggio rigenerante e un pomeriggio immerso nella magia archeologica del National Museum non molto distante.
Wat Pho con il suo Buddha reclinato dorato rimane magnifico, ma le fotografie devono escludere sempre più elementi: i cartelli “no foto” che si moltiplicano, le barriere che tengono i visitatori a distanza, quella sensazione crescente che i templi non siano più luoghi di culto ma musei.
Al National Museum invece si fotografa con calma. Ci sono le maschere del teatro khon, verdi, bianche e rosse sotto le corone dorate, e poi la pietra: un Buddha seduto sotto il cappuccio del naga, due Ganesha, una grande ruota della Legge con il cervo accovacciato davanti. Nelle foto le sale sono ancora quasi vuote, e la luce dei faretti fa il resto.
Foto di Koh Samet
Decido di staccare per un poco: sono tre ore di strada e un traghetto che attraversa acque sempre più turchesi, e improvvisamente sei altrove, o almeno nell’illusione accuratamente mantenuta di essere altrove. Le foto di Koh Samet documentano questo confine sottile tra accessibilità e isolamento: l’isola è parco nazionale ma anche rifugio per il weekend, è protetta ma è ormai anche colonizzata da resort che cercano di mimetizzarsi tra le palme.
Sono stato qui molte volte, ho perso il conto; ma è stata la prima isola della Thailandia che mi ha accolto in quel lontano luglio 2000, non sapevo neppure dove fossi, ero in compagnia e sbarcammo mettendo lo zaino in spalle, togliendoci le scarpe e saltando giù dalla barca direttamente sul bagnasciuga. Immagini di Koh Samet che non dimenticherò mai, ricordi molto cari. Di fronte a me solo palme e qualche bungalow.
Le immagini di Koh Samet al mattino presto catturano l’isola nella sua versione più vera: quando i turisti dormono ancora, i bar sulla spiaggia sono chiusi, quando le long-tail boat riposano sulla sabbia come animali stanchi e tutto respira ancora per se stesso. Ma dura poco, alle undici la spiaggia principale è già affollata, basta spostarsi.
Ma forse sono gli scatti al tramonto i migliori, hai più tempo per pensarli. La luce scende e si scalda, il sole cala dietro la terraferma invisibile all’orizzonte, dipingendo all’improvviso il cielo di arancio e viola, e tutta la spiaggia si ferma a guardare come fosse la prima volta, anche se è lo stesso spettacolo che si ripete ogni sera con affidabilità da metronomo tropicale.
E quindi abbiamo la foto di Koh Samet per eccellenza, la silhouette di palme che si stagliano nere contro il fuoco del cielo, oppure della stramba statua della sirena con un bambino in mano diventata ormai simbolo dell’isola. Le coppie si fanno selfie controluce, mentre i venditori ambulanti offrono frutta e mais grigliato sapendo che questo è proprio il momento in cui tutti sono abbastanza felici per comprare qualcosa.
Ma nella galleria c’è anche il resto delle mie giornate: la lavagna di un caffè piantata nella sabbia, “L’arte del romanzo” aperto sul tavolo accanto alla tazza, i ristoranti che la sera accendono le lanterne di carta, le immancabili seppie affumicate. Nelle immagini di Koh Samet non succede mai niente, ed è probabilmente il motivo per cui ci si viene.
È il paradiso delle persone che lavorano troppo in città e sognano troppo poco, ed è sufficiente, è più che sufficiente quando tutto quello che vuoi è smettere di pensare e lasciare che il mare decida per te cosa fare con le prossime quarantott’ore della tua vita. L’unico pensiero diventa cosa fare la sera, quale ristorante provare, in quale bar lasciarsi spennare con prezzi degli alcolici sempre in aumento.
Il giorno dopo è il giorno dell’escursione alle isole nei dintorni, delle foto di Koh Samet dalla barca, dello snorkeling, anche se da queste parti il termine ha un significato diverso. Così mi ritrovo insieme ad un gruppo di coreani e cinesi che non sanno neppure nuotare, convinti che tuffarsi con il giubbotto di salvataggio e ficcare il naso in acqua protetti dalla maschera sia fare quello. Vent’anni fa era un tipo di turismo che non esisteva affatto, oggi possono permetterselo.
Li ignoro e inizio a esplorare il fondale, segnando nella memoria, per la prossima volta, di portarmi dietro le pinne. A quanto pare una legge per la protezione dei coralli le vieterebbe, sull’isola non se ne trovano, e pensando a quell’orda armata di pinne non mi stupisco poi molto.
Le foto di Koh Samet non la fanno passare per quello che non è: non è l’isola più bella della Thailandia, non è la più incontaminata, non è la più autentica. Ma è quella che puoi raggiungere quando hai solo due giorni e un bisogno disperato di sentire sabbia sotto i piedi, quella che non chiede né troppo tempo, né troppo sforzo, né troppa riflessione.



