Le fotografie del Vietnam sono frammenti di luce che raccontano un paese sospeso tra memoria e futuro, tra la voglia di dimenticare per sempre e le cicatrici nascoste.
Questo viaggio del 2018, della durata di circa un mese, attraversa il Vietnam da nord a sud come si sfoglia un libro, dove ogni città è un capitolo a sé, scritto con l'inchiostro della trasformazione. Il tempo non fa mai prigionieri: ogni scatto diventa testimonianza di un mondo tra tradizione e cambiamento.
Nonostante fosse già settembre inoltrato non sono mancate le piogge, di frequenza e intensità ben maggiori rispetto alla mia amata Thailandia. Scatti fatti con la Canon 760D che si è comportata egregiamente anche in condizioni difficili.
Mi rendo conto che dopo la caduta di Saigon il Vietnam comunista ha scoperto che Nike e Samsung creano più posti di lavoro delle cooperative agricole, che i turisti occidentali pagano bene per fotografare i tunnel dove i Viet Cong si nascondevano mentre uccidevano i loro nonni. Si tratta di un paese che ha imparato a vendere il proprio dolore.
Hanoi
Le fotografie di Hanoi catturano l'anima di una città che vive di contraddizioni. Nelle strade il tempo per ognuno scorre diversamente: si misura nel vapore che sale dalle pentole di pho all'alba, nel ronzio incessante dei motorini che danzano tra i vicoli stretti. Le immagini raccontano volti segnati dalla storia, mani che versano caffè, specchi d'acqua al lago Hoan Kiem dove la città si ferma a contemplare se stessa.
Il caffè all'uovo - invenzione degli anni '40 quando il latte scarseggiava e qualcuno ebbe l'idea di montare tuorlo d'uovo con latte condensato e zucchero - è diventato simbolo hipster, venduto ai turisti a prezzi quadruplicati in caffetterie Instagram-friendly dove i vietnamiti veri non vanno perché costa quanto due pasti.
Ogni immagine è un sussurro nel rumore e nella cacofonia urbana. Mi sono perso la sera fotografando bambini ballare rap nel piazzale di fronte al Venerabile, nelle mattinate piovose, nell'esplosione rossa e potente della festa per il campionato di calcio.
Si tratta di una città che ha imparato l'arte del doppio pensiero orwelliano senza mai aver letto Orwell (probabilmente è ancora vietato, tecnicamente).
Il Mausoleo di Ho Chi Minh - dove Bac Ho giace imbalsamato contro la sua volontà esplicita di essere cremato, perché il Partito decise che serviva un'icona permanente anche se questo significava tradire i desideri del fondatore - riceve code di vietnamiti e turisti che sfilano in silenzio imposto davanti al corpo che sembra sempre più di cera e sempre meno umano. Le fotografie non sono permesse dentro, ovviamente, perché alcune cose funzionano meglio senza documentazione.
Baia di Halong
Le fotografie della Baia di Ha Long immortalano un paesaggio che sembra nato da un sogno dimenticato. Quando la nebbia avvolge le formazioni carsiche, ogni isolotto diventa un'apparizione, una scultura che emerge dal nulla.
Le barche solcano acque che riflettono il cielo come specchi spezzati, e nelle fotografie si coglie quel silenzio denso che precede la meraviglia.
La macchina fotografica non cattura solo rocce e mare, ma anche la coltivazione delle perle e il dialogo senza parole tra terra e acqua, tra ciò che è immobile e ciò che scorre. Nel 1994, quando l'UNESCO la designò patrimonio mondiale, riceveva forse centomila visitatori all'anno. Nel 2018 ne riceve sei milioni.
Le giunche tradizionali esistono ancora ma solo come facciata: sotto il legno verniciato ci sono motori diesel, dentro le cabine aria condizionata e wifi, il personale è stato addestrato a sorridere in quattro lingue. Le crociere overnight seguono percorsi standardizzati, visitano le stesse grotte illuminate con LED colorati che fanno sembrare tutto una discoteca geologica, si fermano agli stessi villaggi galleggianti dove le famiglie vivono su barche e vendono perle coltivate a prezzi turistici mentre i figli guardano anime giapponesi su tablet.
Le fotografie all'alba mostrano ancora quella bellezza che rese famosa Ha Long: l'acqua della baia, che dovrebbe essere color smeraldo, oscilla tra verde torbido e marrone fangoso a seconda delle correnti e dell'inquinamento.
Il governo vietnamita ammette il problema, annuncia periodicamente piani di pulizia, poi non succede nulla perché il turismo porta troppi soldi per fermarlo e la pulizia vera richiederebbe ridurre il traffico navale che è esattamente ciò che genera gli introiti.
Sapa
Le fotografie di Sapa sono scale verdi che si arrampicano verso il cielo. Le terrazze di riso disegnano la pelle delle montagne, ogni gradone è una riga scritta dalla pazienza contadina.
Nei volti delle donne Hmong e Dao, le fotografie catturano secoli di resistenza silenziosa, stoffe indaco che portano il peso della tradizione e della stanchezza. La nebbia che sale dalle valli rivela epifanie lente, verità che si svelano un respiro alla volta nel paesaggio del Vietnam del nord.
Le donne Hmong in costumi tradizionali colorati che ti avvicinano appena scendi dal bus, che ti offrono di guidarti per i trekking, che chiacchierano in inglese sorprendentemente buono mentre camminano con te per ore e alla fine tirano fuori tessuti ricamati che "ha fatto mia nonna" (comprati all'ingrosso a Hanoi), non sono una truffa ma non sono nemmeno completamente autentiche. Hanno imparato che i turisti vogliono un'"esperienza autentica" e gliela forniscono, autentica quanto basta, confezionata per il consumo occidentale che vuole sentirsi avventuroso senza vero disagio.
Queste donne guadagnano molto più come guide turistiche che coltivando riso su pendii impossibili, mandano le figlie a scuola invece di sposarle a quattordici anni, hanno accesso alla medicina moderna invece di affidarsi solo agli erboristi locali. Chi sei tu per giudicare se questa transazione è sfruttamento o opportunità ? Le foto che scatti di loro sorridenti in costume tradizionale le aiutano economicamente o contribuiscono a cristallizzarle in un ruolo etnico performativo? Probabilmente entrambe.
I mercati domenicali dove le minoranze etniche scendono dalle montagne per vendere e comprare sono ancora relativamente autentici, anche se qui i turisti con macchine fotografiche sono ormai parte del paesaggio, e le persone hanno imparato a posare o a chiedere soldi per le foto, e non puoi biasimarle perché la tua fotografia ha valore (per te, per Instagram, per il portfolio) e perché dovrebbero regalarla quando potrebbero monetizzarla?
DMZ (zona demilitarizzata)
Lungo il 17° parallelo, la macchina fotografica cerca tracce di quella ferita: i tunnel di Vinh Moc dove intere famiglie vivevano sottoterra, bunker abbandonati che la vegetazione sta lentamente inghiottendo, il ponte di Hien Luong sul fiume Ben Hai dove un colore diverso della vernice segnava Nord e Sud.
I crateri delle bombe sono diventati laghetti dove si riflette il cielo, le basi militari sono rovine colonizzate da alberi e vento. Ogni scatto della DMZ è una meditazione su come la storia si sedimenti in strati che la terra copre ma non cancella.
Il 17° parallelo, stabilito dagli Accordi di Ginevra del 1954 come divisione "temporanea" (doveva durare due anni fino alle elezioni nazionali che non avvennero mai perché tutti sapevano che Ho Chi Minh avrebbe vinto e questo era inaccettabile per gli americani), attraversa il fiume Ben Hai.
Il ponte di Hien Luong che lo attraversava fu diviso a metà : il Nord lo dipinse rosso, il Sud lo dipinse giallo.
La base di Khe Sanh, dove i marines americani resistettero all'assedio di settantasette giorni nel 1968 mentre il Nord bombardava con decine di migliaia di razzi e mortai, è ora un campo aperto con qualche bunker ricostruito, un museo piccolo, una pista d'atterraggio invasa da erbacce. Le fotografie mostrano questa banalità : uno dei luoghi più contestati della guerra, dove morirono centinaia di marines e forse migliaia di nordvietnamiti (numeri contestati, come tutto in quella guerra), ora è praticamente vuoto, visitato da pochi turisti e veterani americani anziani che vennero qui da giovani e tornano per motivi che solo loro capiscono completamente.
La DMZ è stata bonificata dalle mine ma non completamente - ancora oggi i cartelli avvertono di non uscire dai sentieri marcati in alcune zone - e questo dice tutto: cinquant'anni dopo la fine della guerra, il terreno è ancora così saturo di morte potenziale che non è sicuro camminare liberamente. Il Vietnam stima che 800.000 tonnellate di ordigni inesplosi rimangano nel terreno, e che ci vorranno altri cent'anni per bonificare completamente il paese.
Hue
L'antica capitale imperiale si lascia fotografare con pudore aristocratico tra fantasmi dorati e giardini dove cresce l'abbandono: i palazzi della Città Proibita hanno perso la loro funzione ma conservano la dignità , come i vecchi attori che ricordano ancora le battute.
Il Fiume dei Profumi scorre tra i mausolei reali portando via preghiere, e nelle fotografie si percepisce quella malinconia elegante delle cose che furono grandi e che ora riposano.
Durante l'Offensiva del Tet nel 1968, Hue fu teatro della battaglia più lunga e sanguinosa della guerra del Vietnam: venticinque giorni di combattimenti casa per casa che distrussero il 60% della città e uccisero migliaia di civili, molti giustiziati dai Viet Cong perché collaborazionisti (o presunti tali), altri uccisi dai bombardamenti americani che distrussero quartieri interi per "salvarli".
La Città Proibita, costruita imitando quella di Pechino, oggi è una ricostruzione. Le fotografie mostrano palazzi rifatti secondo documenti storici ma con materiali moderni, tetti di tegole che brillano troppo perché sono nuovi, draghi di ceramica sulle grondaie che non hanno ancora la patina del tempo. È Hue come doveva essere, non come era, una versione migliorata della storia che rimuove inconvenienti come proiettili e napalm.
Il Vietnam comunista ha un rapporto complicato con questo periodo: da un lato erano imperatori vietnamiti quindi parte del patrimonio nazionale, dall'altro erano collaborazionisti coloniali quindi tecnicamente traditori. Soluzione pragmatica: restaurali per i turisti, incassa i biglietti d'ingresso, non pensarci troppo.
Il Vietnam ha molte storie di sacrificio, troppe, e ha imparato a metterle in mostra per i turisti perché l'alternativa è dimenticare, e dimenticare significa che morirono per niente.
Hoi An
Migliaia di lanterne si accendono come lucciole imprigionate in carta di riso, e il centro storico patrimonio UNESCO diventa un acquarello liquido dove i colori si fondono nei canali. Le fotografie più vere sono quelle che riescono a trattenere quell'attimo fragile tra il giorno e la notte, quando Hoi An respira sospesa.
L'UNESCO la dichiarò patrimonio mondiale nel 1999, e da allora Hoi An è diventata una macchina perfetta per trasformare la nostalgia in profitto.
Le case dei mercanti antichi sono ora boutique hotel, ristoranti fusion, gallerie d'arte che vendono pitture su seta di Hoi An illuminata (pitture fatte in fabbrica a Hanoi ma chi controlla).
Le sartorie offrono abiti su misura pronti in ventiquattro ore, e le fotografie mostrano turisti occidentali che escono carichi di vestiti fatti con misure prese male, tessuti mediocri, cuciture che si scioglieranno forse al terzo lavaggio, ma costano poco e puoi dire agli amici che hai fatto fare abiti su misura in Vietnam.
Le lanterne sono diventate il brand cittadino. Ogni foto di Hoi An include lanterne, è praticamente obbligatorio.
La verità è che Hoi An funziona perché ha capito cosa vogliono i turisti: bellezza accessibile, esotico non troppo esotico, atmosfera senza disagio, e lo fornisce con un'efficienza capitalista che farebbe orgogliosa l'America.
È una preservazione cinica ma efficace, e forse questo è il meglio che possiamo sperare nel XXI secolo: che almeno il capitalismo, nel suo cinismo, trovi profittevole conservare la bellezza invece di sostituirla con centri commerciali.
My Lay
Le fotografie di My Lai sono difficili da guardare, difficili da scattare. Portano il peso del silenzio: immagini che documentano l'assenza, lo spazio vuoto dove la storia ha urlato. Sentieri tra gli alberi dove la luce filtra come perdono.
Il 16 marzo 1968, la compagnia Charlie dell'11° Brigata di Fanteria dell'esercito americano entrò nel villaggio di My Lai (Son My) cercando i Viet Cong e in quattro ore massacrò 504 civili: vecchi, donne, bambini, neonati. Li radunarono in fosse e li mitragliarono, violentarono donne prima di ucciderle, bruciarono case, uccisero animali, distrussero colture. Un solo soldato americano fu ferito, autoinflitto, accidentalmente. Non fu una battaglia, fu uno sterminio.
Il memoriale oggi è un giardino ordinato con statue di bambini, lapidi con i nomi e le età delle vittime (quindici famiglie sterminate completamente), un museo con fotografie scattate dal fotografo dell'esercito Ronald Haeberle che documentò il massacro: immagini di corpi ammassati in fossati, di una donna che tenta di proteggere un bambino prima di essere uccisa, di cadaveri su strade di fango. Queste fotografie furono soppresse dall'esercito finché un giornalista indipendente, Seymour Hersh, non espose il massacro nel novembre 1969, un anno e mezzo dopo i fatti.
La maggioranza dei turisti occidentali in Vietnam salta My Lai. Visitano i tunnel di Cu Chi (dove almeno c'è un elemento avventuroso, puoi strisciare nei tunnel), visitano il Museo dei Residuati Bellici a Saigon (dove ci sono tank e aerei).
My Lai è semplicemente troppo: troppo diretto, troppo semplice, troppo vero, troppo chiaro su chi furono le vittime e chi i perpetratori. Non c'è modo di interpretare 504 civili morti come "tragedia di guerra" quando furono deliberatamente assassinati nell'arco di quattro ore da soldati americani.
Il tenente William Calley, che guidò il massacro, fu condannato dalla corte marziale ma scontò tre anni e mezzo agli arresti domiciliari. Il capitano Ernest Medina, che diede gli ordini, fu assolto. Ventisei altri soldati furono accusati: le accuse furono ritirate o furono assolti.
Hugh Thompson, il pilota di elicottero che fermò il massacro atterrando tra i soldati americani e i civili vietnamiti, minacciando di sparare sui propri commilitoni se non si fossero fermati, fu vilipeso in America, ricevette minacce di morte, la sua testimonianza al Congresso fu ignorata per decenni.
Le fotografie di My Lai sono la testimonianza che il Vietnam non ha dimenticato. Il memoriale esiste, è mantenuto, i vietnamiti vengono in pellegrinaggio, e questo dice qualcosa: hanno vinto la guerra ma portano ancora le cicatrici, hanno perdonato ma non dimenticano, hanno scelto di andare avanti ma il passato è sempre lì, sotto la superficie, pronto a riemergere quando necessario.
My Son
My Son parla con la voce antica delle rovine Cham. I templi in mattoni rossi, patrimonio UNESCO, emergono dalla giungla come preghiere dimenticate che la vegetazione sta lentamente ricoprendo.
Costruiti tra il IV e il XIV secolo, questi santuari induisti sono testimonianze di una civiltà scomparsa che lascia solo pietra e mistero. Nelle fotografie, la luce del mattino filtra tra i rami creando cattedrali di verde e oro, disegnando ombre che danzano sulle sculture erose dal tempo e dalle bombe americane.
Le fotografie documentano i templi Cham costruiti tra il IV e il XIV secolo, quando questa parte del Vietnam era il regno di Champa, cultura indianizzata che adorava Shiva e costruiva santuari che imitavano l'architettura cambogiana. Poi il Vietnam conquistò e assimilò i Cham, li ridusse a minoranza etnica, e i templi furono abbandonati.
Ogni torre è un enigma architettonico: i mattoni furono assemblati con una tecnica mai completamente compresa, creando strutture che resistono ai secoli pur portando le cicatrici della guerra. Le fotografie di My Son catturano questo dialogo tra costruzione e distruzione, tra l'ordine geometrico originale e il caos organico della giungla che riprende possesso. I bassorilievi di divinità induiste osservano il fotografo con occhi consumati dalla pioggia e dal muschio, e in quegli sguardi di pietra si legge una domanda senza risposta: cosa resta quando una civiltà scompare? Nelle ore più calde, quando la luce diventa dorata e densa, My Son si trasforma in un luogo sospeso dove passato e presente coesistono senza toccarsi.
Saigon Day
Sono solo a Saigon, ultima tappa, la fine è il suo inizio. Le fotografie di Saigon diurna catturano una città che brucia di energia solare e ambizione.
Sotto la luce cruda del mezzogiorno, Ho Chi Minh City si rivela senza filtri: il caos organizzato degli incroci dove migliaia di motorini si muovono come banchi di pesci che conoscono correnti invisibili, seguendo regole non scritte che solo chi vive qui comprende. Le fotografie documentano i contrasti violenti tra presente e passato: grattacieli di vetro che riflettono la cattedrale coloniale di Notre-Dame, mercati tradizionali schiacciati tra centri commerciali luccicanti, venditori ambulanti che occupano marciapiedi all'ombra di insegne al neon spente.
E chiamiamola Saigon perché tutti la chiamano così tranne i documenti ufficiali. Ho Chi Minh City ufficialmente, Saigon realmente, è la capitale economica del Vietnam unificato, e c'è un'ironia deliziosa nel fatto che la città che fu sede del governo sud-vietnamita "fantoccio" e del comando americano sia ora il motore del capitalismo vietnamita, più ricca di Hanoi, più dinamica, più internazionale, più tutto.
Il museo della guerra, l'ufficio postale, l'antica pagoda dell'imperatore di Giada; la macchina fotografica cerca di trattenere il movimento perpetuo senza riuscirci: donne con cappelli conici che trasportano bilancieri carichi di frutta, uomini d'affari in giacca e cravatta che zigzagano nel traffico, monaci che attraversano con calma innaturale.
Il Palazzo della Riunificazione, dove il 30 aprile 1975 il tank nordvietnamita n. 843 sfondò i cancelli segnando la fine della guerra, è ora preservato esattamente come era quel giorno. È stato trasformato in reliquia, momento di trionfo congelato, ma fuori dal palazzo Saigon ha già dimenticato e continua a fare soldi.
Le fotografie più rivelatrici di Saigon diurna sono quelle dei grattacieli nuovi: la Bitexco Financial Tower con il suo helipad sporgente, il Vincom Center, il Landmark 81 che è l'edificio più alto del Vietnam a 81 piani (ovviamente). Questi grattacieli dicono tutto: il Vietnam comunista ha perso ogni pretesa ideologica, ha abbracciato il capitalismo con entusiasmo che farebbe vergognare convertiti religiosi. Saigon è il laboratorio dove testare quanto velocemente puoi costruire verso l'alto prima che le fondamenta cedano.
Saigon Night
Quando il sole tramonta dietro le architetture coloniali francesi, i neon si accendono come promesse: il caos diurno si trasforma in un flusso ipnotico di luci rosse e gialle che scivolano sull'asfalto bagnato. Lungo il fiume Saigon, le fotografie catturano riflessi liquidi di grattacieli che si frantumano nell'acqua scura, mentre le barche turistiche disegnano scie luminose.
I mercati notturni si accendono di vita diversa: bancarelle di street food dove la luce delle lampade crea cerchi dorati nel buio, volti illuminati dal basso mentre mangiano banh mi o bevono birra locale seduti su sgabelli bassi.
Le fotografie notturne permettono tempi di esposizione più lunghi, e Saigon diventa scie di fari che dipingono linee rosse e bianche sulle arterie urbane, silhouette che attraversano piazze illuminate, il fumo dei barbecue che sale pigro verso le insegne al neon. La città di notte si concede alla contemplazione, rivela una vulnerabilità che il giorno nasconde: il respiro stesso di una megalopoli che dorme poche ore prima di ricominciare la sua corsa instancabile.
I rooftop bar sono spuntati ovunque negli ultimi anni, i vietnamiti hanno capito che i turisti pagano un premium per una vista sopraelevata e cocktail mediocri quando va bene.
La città si estende in tutte le direzioni senza apparente pianificazione, luci che brillano fino all'orizzonte, e se inclini la macchina nell'angolazione giusta puoi escludere povertà e inquinamento e catturare solo il glamour, che è la bugia che tutti i rooftop bar vendono e tutti i clienti comprano volentieri.
I mercati notturni offrono fotografie di una Saigon che lavora: venditori che scaricano camion di prodotti, famiglie intere che dormono sotto le bancarelle perché lavorano diciotto ore e andare a casa significherebbe perdere ore su un motorino. Questa è la Saigon vera, che lavora mentre i turisti dormono in hotel climatizzati, che costruisce la ricchezza del Vietnam centesimo per centesimo, senza ideologia, senza retorica, solo lavoro infinito perché l'alternativa è la povertà e la povertà non è più accettabile oggi.
Queste fotografie del Vietnam sono frammenti di un dialogo silenzioso tra chi guarda e chi viene guardato. Da Hanoi a Saigon, ogni scatto diventa testimonianza di un paese che ha imparato a convivere con le proprie cicatrici trasformandole in bellezza. Ogni immagine apre domande invece di dare risposte.
Quarantatré anni dopo la fine della guerra, è oggi un paese che ha fatto pace con le contraddizioni che avrebbero paralizzato nazioni meno pragmatiche. Ha vinto la guerra contro l'America e perso la pace ideologica, ha liberato il Sud e poi adottato il suo capitalismo, ha costruito il socialismo e finito con il produrre disuguaglianze immense.
Il Vietnam ha scelto di vivere ricco e forse ipocrita, piuttosto che povero e puro, ma chi può biasimarli dopo tutto quello che hanno sopportato?
