myanmar

Foto Myanmar 2011

Dopo il mio periodo di lavoro in Thailandia sono stato davvero fortunato a decidere di approfittare dei pochi anni in cui questo paese ha attraversato un'oasi di pace, o meglio diciamo di quasi pace. Questo viaggio fotografico attraversa il Myanmar come si cammina in un tempio al crepuscolo: con rispetto per ciò che è sacro, con consapevolezza che la luce sta cambiando, con la certezza che quello che vedi oggi potrebbe non esistere domani.

Credo che ad oggi sia il mio lavoro migliore, nonostante la modestissima Canon 450. Ogni scatto è testimonianza di un paese che ha imparato la pazienza attraverso la sofferenza, che copre tutto d'oro perché l'oro non arrugginisce, che prega perché la preghiera è l'unica cosa che nessuno può toglierti.

Yangon

Non poteva che iniziare con Yangon, immagini di una città dove il colonialismo britannico marcisce e lo splendore buddista resiste dorato sotto la pioggia monsonica. Con una popolazione di oltre quattro milioni di persone, Yangon è la città più grande e il più importante centro in Birmania. Si trattava in realtà di un piccolo villaggio di pescatori intorno all'antichissima Shwedagon Pagoda. Yangon, nota anche come Rangoon, è l'ex capitale della Birmania, e non importa se ufficialmente il governo militare dal marzo 2006 ha trasferito la capitale amministrativa a Naypyidaw, 322 km a nord di Yangon. Yangon è una combinazione delle due parole "Yan" e "Koun" che significano "nemici" ed "esauriti", rispettivamente; formano il significato di "a corto di nemici" o "fine del conflitto". La Shwedagon è la più antica pagoda della Birmania, probabilmente del mondo: dalle testimonianze storiche si desume oltre 2.500 anni. Si tratta della più sacra pagoda buddista per i birmani, e non solo, con la conservazione delle reliquie degli ultimi quattro Buddha.

La Shwedagon Pagoda domina lo skyline come un sole che non tramonta mai: 99 metri di stupa ricoperta d'oro, troppo luminosa per essere trattenuta da una foto. Fotografarla all'alba significa catturare pellegrini scalzi che camminano in senso orario portando offerte di fiori e acqua, fedeli che applicano foglie d'oro su statue del Buddha finché i lineamenti originali scompaiono sotto strati di devozione accumulata. Qui la religione è il centro di tutto. La Shwedagon Pagoda è qualcosa di unico al mondo. La grande Pagoda d'Oro raggiunge i 99 metri di altezza, si trova a ovest del Lago di Kandawgyi, sulla Singuttara Hill, dominando lo skyline della città. Le strade del centro rivelano una Yangon stratificata, dove il muschio disegna mappe di umidità sulle pareti che furono bianche, dove balconi di ferro battuto si afflosciano, stufi e stanchi di questa nostra storia umana e banale.

Gli inglesi presero Yangon durante la Prima Guerra Anglo-Birmana (1824-26). Durante la Seconda Guerra Anglo-Birmana (1852) conquistarono invece la parte meridionale della Birmania e Yangon fu trasformata nel principale centro commerciale e politico della Birmania britannica. Yangon divenne la vera capitale della Birmania solo dopo la Terza Guerra Anglo-Birmana (1885), quando gli inglesi completarono la conquista della regione. La Yangon coloniale, con i suoi ampi parchi e laghi e il mix di edifici moderni e architettura tradizionale in legno, era conosciuta come "la città giardino d'Oriente". Agli inizi del ventesimo secolo Yangon aveva servizi pubblici e infrastrutture alla pari con Londra. Yangon ha oggi il maggior numero di edifici coloniali nel Sud-est asiatico. Molti di loro purtroppo sono stati demoliti per far posto a hotel, uffici e centri commerciali. Fortunatamente circa 200 importanti edifici coloniali sono sotto la lista del Patrimonio dell'Umanità di Yangon.

Yangon durante la Seconda Guerra Mondiale subì l'occupazione giapponese (1942-45) e sostenne danni pesanti. La città venne riconquistata dalle forze alleate nel maggio del 1945 e divenne la capitale dell'Unione della Birmania il 4 gennaio 1948, quando il paese riconquistò l'indipendenza dall'Impero Britannico.

Bago

Sono arrivato a Bago, l'antica capitale della Birmania, nel corso di un'escursione in taxi da Yangon. Mi aspettavo a Bago le antiche rovine, ma nulla era così lontano dalla realtà e mi ha fatto riflettere molto sui birmani e il loro atteggiamento, il modo di restaurare e ridipingere tutte le strutture religiose e le statue. Non importa se un'antica statua di Buddha è vecchia più di 1.000 anni, deve essere bianca e pulita, è una questione di rispetto. Templi millenari e al tempo stesso luccicanti e ricoperti di vernice fresca. Le foto di Bago catturano una città che fu capitale mon e poi fu distrutta e ricostruita e porta ancora le cicatrici di tutte le sue morti e rinascite.

Il Kyaikpun Pagoda con i suoi quattro Buddha seduti schiena contro schiena guardando i quattro punti cardinali offre fotografie di simmetria sacra, ma è la storia dietro che le rende più interessanti: costruito da quattro sorelle che fecero voto di non sposarsi mai, e quando una lo ruppe la sua statua del Buddha sviluppò una crepa. Secondo la leggenda furono due principesse a fondare Bago nel 573. È stato scritto nelle cronache che otto anni dopo l'illuminazione, Buddha con i suoi discepoli arrivò nei paesi del Sud-est asiatico. Nel suo viaggio di ritorno, attraversando il Golfo di Martaban durante la bassa marea, vide un prodigio: due oche d'oro sedute, la femmina sopra il maschio. Dopo il prodigio Buddha predisse ai discepoli che un giorno quel posto sarebbe stato un paese in cui la sua dottrina sarebbe prosperata. Oltre a questo iniziò il detto comune che le femmine di Bago dominano gli uomini, quindi state attenti a sposare una donna di Bago.

La Shwemawdaw Pagoda si erge più alta della Shwedagon di Yangon - 114 metri - come se l'altezza potesse compensare la perdita di importanza, e le fotografie devono includere l'inclinazione del pinnacolo che cadde durante il terremoto del 1930 e ora giace accanto alla pagoda come promemoria che tutto cade, prima o poi. La capitale birmana fu trasferita ad Ava nel 1634. Bago venne ricostruita dal re Bodawpaya (1782-1819) ma il fiume si era spostato, tagliando fuori la città dal mare. Bago non ha mai riacquistato la sua importanza precedente.

Lago Inle

Le fotografie del Lago Inle catturano un mondo dove la vita galleggia letteralmente: villaggi su palafitte, orti costruiti su alghe intrecciate che si spostano con le stagioni, pescatori Intha che remano con la gamba avvolta intorno al remo in una tecnica che sembra acrobatica ma è semplicemente tradizione nata dalla necessità di avere le mani libere per le reti. Questo stile si è evoluto per il fatto che il Lago Inle è coperto da canneti e piante galleggianti, rendendo difficile vedere sopra di loro stando seduti. Lo stare in piedi fornisce al rematore una vista al di là delle canne. Lo stile particolare di remare è solo appannaggio degli uomini, le donne remano normalmente stando sedute.

Lo stile di vita, la freschezza, la pace, l'equilibrio tra l'uomo e il lago è unico. Ho passato tutto il giorno in barca osservando come crescono le verdure in mezzo al lago, come lavorino i fabbri, come le ragazze usano il telaio di bambù per creare belle sciarpe di seta o di fibra di loto. Il popolo del Lago Inle si chiama Intha, stiamo parlando di circa 70.000 persone che vivono in quattro città che si affacciano sul lago, in numerosi piccoli villaggi lungo le rive del lago, e sul lago stesso. Vivono in case semplici di legno e bambù intrecciato su palafitte, sono in gran parte agricoltori autosufficienti.

Le fotografie li immortalano in controluce, figura e cono della rete che creano triangoli perfetti contro l'acqua che riflette il cielo, e non importa che ormai molti di questi pescatori posino per i turisti più che pescare davvero: l'immagine rimane iconica, la tecnica rimane vera anche se la motivazione è cambiata. Le long-tail boat scivolano sul lago creando scie che le fotografie trasformano in pennellate liquide, attraversando foreste di pali dove le reti aspettano pazienti. I villaggi galleggianti rivelano vita acquatica completa: monasteri costruiti sull'acqua dove i monaci arrivano in barca, mercati dove i venditori si spostano remando tra bancarelle galleggianti, scuole dove i bambini imparano a nuotare prima di camminare. Le fotografie documentano questa civiltà anfibia che ha trasformato l'acqua da ostacolo a fondamento. Oltre alla pesca, la popolazione locale del Lago Inle coltiva ortaggi e frutta in grandi giardini che galleggiano sulla superficie del lago. Le aiuole galleggianti sono fatte completamente a mano. I contadini raccolgono le erbacce dalle parti più profonde del lago e costruiscono letti galleggianti. Questi giardini salgono e scendono con i cambiamenti del livello dell'acqua, e quindi sono resistenti alle inondazioni. L'artigianato e il commercio sono un'altra importante fonte di reddito per gli Intha. I prodotti tipici includono sculture, oggetti ornamentali, tessuti e sigari.

Il monastero Nga Phe Kyaung, famoso per i "gatti saltanti" che i monaci addestravano a saltare attraverso cerchi, offre ora solo gatti pigri che ignorano olimpicamente qualsiasi cerchio. Gli orti galleggianti sono miracoli agricoli che le fotografie faticano a spiegare: isole artificiali di alghe e terra dove crescono pomodori e fiori, ancorate al fondale con pali di bambù, che si spostano delicatamente con le correnti.

Mandalay

Sono arrivato a Mandalay dopo una lunga corsa in autobus notturno di ben 10 ore, diretto dal Lago Inle; anche se erano solo le cinque di mattina la stazione dei bus era affollatissima. La prima differenza notevole da Yangon sono le migliaia di moto strombazzanti tutto il giorno provenienti da ogni direzione. La città è un completo disastro, inquinata e caotica, solo i birmani riescono a gestirsi e a capirci qualcosa. Il 13 febbraio 1857 re Mindon fondò Mandalay, una nuova capitale del regno, ai piedi della Mandalay Hill, fondata per adempiere a una profezia in occasione del 2400º giubileo del buddismo, una metropoli quindi dedicata al buddismo e alla cultura da erigere in quel luogo preciso.

Le immagini di Mandalay raccontano l'ultima capitale reale birmana, una promessa non completamente mantenuta. Il palazzo reale, ricostruito dopo che le bombe della Seconda Guerra Mondiale lo cancellarono, è una replica che ammette la propria artificialità: legno di teak nuovo che finge di essere antico, dentro mura e fossati che invece sono originali e portano il peso dei secoli. Le fotografie devono fare i conti con questa tensione tra autentico e ricostruito, tra ciò che sopravvive e ciò che viene ricreato per far finta che nulla sia mai morto. I birmani denunciano che Mandalay sta diventando poco più che un satellite della Cina: nulla rimane della vecchia idea romantica di Mandalay descritta in molti testi e poesie. Oggi i cinesi si ritiene siano circa il 40% della popolazione della città. Mandalay ancora oggi, nonostante la nuova capitale Naypyidaw, rimane il centro commerciale, educativo e sanitario principale della Birmania settentrionale. I cinesi sono in gran parte responsabili della rivitalizzazione economica del centro, della costruzione di nuovi appartamenti e condomini, della nascita di alberghi e centri commerciali, e del ritorno della città al suo ruolo di centro commerciale che collega il sud e il nord della Birmania con la Cina e l'India. Mandalay ha numerosi monasteri e più di 700 pagode; ai piedi della Mandalay Hill risiede la "Bibbia Buddista", nota anche come il più grande libro del mondo. Nella Kuthodaw Pagoda vi sono 729 lastre di pietra con inciso l'intero canone buddista, ogni lastra occupa il proprio stupa bianco.

Mandalay Hill offre fotografie dall'alto: la città che si stende piatta fino all'orizzonte dove l'Irrawaddy scorre come arteria marrone. La luce è davvero fantastica; al tramonto tutta la collina si riempie di fedeli e fotografi che cercano di catturare lo stesso momento magico, ma io sono per strada, tra le ruote dei veicoli, a inseguire la foto perfetta.

La pagoda Mahamuni con il suo Buddha coperto di così tanto oro applicato dai fedeli che la statua ha perso ogni forma umana e sembra una montagna dorata con vaghe sembianze antropomorfe. Le fotografie catturano uomini - le donne non possono avvicinarsi - che applicano foglie d'oro con devozione estatica, aggiungendo millimetri a secoli di fede solidificata. Nelle sale circostanti, artigiani battono foglie d'oro con martelli che suonano come campane, otto ore al giorno per creare quei quadratini sottili come respiro che i fedeli comprano per farsi perdonare da Buddha o dal karma o da se stessi.

Amarapura e Ubein Bridge

Il ponte U Bein: 1,2 chilometri di teak che attraversano il lago Taungthaman come una sutura che tiene insieme due rive che altrimenti non avrebbero nulla da dirsi. Costruito con il legno recuperato dal palazzo reale quando la capitale si spostò, è il ponte di teak più lungo del mondo e la location fotografica più abusata del Myanmar, eppure funziona sempre, ogni singolo tramonto. Ma io sono lì al mattino, affascinato come sempre dalla vita che scorre e dall'umana banale unicità. Amarapura è un'antica capitale della Birmania, ora una borgata di Mandalay delimitata dal fiume Irrawaddy. Il nome significa Città dell'Immortalità, ma oggi poco rimane della vecchia città: i palazzi sono stati smantellati e trasferiti dagli elefanti nella nuova posizione, e le mura furono abbattute per usarle come materiale da costruzione per strade e ferrovie. Il ponte U Bein collega due villaggi sul fiume Irrawaddy (in pratica in quella zona divenuto un lago) ed è più vivo che mai alla sera e alla mattina quando centinaia di persone lo attraversano in entrambe le direzioni.

Sprofondo tra i monaci vestiti di rosso, qualcosa che in Thailandia non ho mai visto. Il monastero Mahagandayon offre fotografie dell'ora del pasto: mille monaci in fila per ricevere il cibo, l'unico pasto completo della giornata che devono consumare prima di mezzogiorno. C'è qualcosa di profondamente disturbante nel fotografare chi sta compiendo un atto religioso, e le fotografie migliori di Amarapura sono quelle che ammettono questo disagio invece di nasconderlo dietro l'estetizzazione. Poi arrivano i loro sorrisi.

Irrawaddy

Le fotografie dell'Irrawaddy raccontano l'arteria del Myanmar, il fiume continua a scorrere indifferente trasportando storia e limo in eguale misura. Navigare l'Irrawaddy significa fotografare un paese da una prospettiva che non cambia da secoli: villaggi che si affacciano sulle rive dove donne lavano vestiti e bambini si tuffano nudi, templi bianchi che emergono dalla vegetazione come apparizioni, bufali d'acqua che osservano impassibili il passaggio delle barche turistiche che hanno sostituito quelle mercantili, ma il fiume non fa differenza. Mi ricorderò per sempre quando, giunti quasi a Bagan nel bel mezzo del buio, durante una delle tante fermate, abbiamo sentito grida terribili. Cinque o sei persone stavano cercando di spingere sulla barca un maiale terrorizzato che urlava come un matto. Il fiume Irrawaddy scorre da nord a sud attraverso tutta la Birmania. È il più grande fiume del paese e la più importante via commerciale, scorre diretto da nord a sud prima di sfociare nel Mar delle Andamane attraverso il delta dell'Irrawaddy.

Le immagini catturano ferry locali stracarichi di persone, merci, animali, dove lo spazio personale è un concetto occidentale che qui non ha cittadinanza, dove si viaggia per giorni e giorni e il ponte diventa casa temporanea. Le rive si ammorbidiscono nella foschia, i suoni si attutiscono, e per qualche minuto l'Irrawaddy sembra davvero quel fiume sacro che i birmani hanno sempre creduto fosse.

Mingun

Di solito le persone arrivano a Mingun da Mandalay al mattino, in barca, sul fiume Irrawaddy. A causa di questo e a causa degli orari della barca il luogo può essere affollato al mattino. Io sono arrivato via terra, in moto, nel pomeriggio, poco prima del tramonto: ero praticamente da solo. Il tempio di Mingun è un monumentale stupa incompiuto iniziato dal re Bodawpaya nel 1790. La leggenda ci dice che la pagoda non fu completata a causa di un astrologo che sosteneva che il re sarebbe morto non appena finito il tempio. Il re morì nel 1819 ma la pagoda non era stata ancora ultimata. Lo stupa, una volta completato, sarebbe stato il più grande del mondo, alto ben 150 metri, ma un terremoto nel marzo del 1839 distrusse lo stupa e oggi crepe enormi e sorprendenti sono visibili nella struttura.

Re Bodawpaya fece anche preparare una gigantesca campana in bronzo da inserire nel suo enorme stupa: la Campana di Mingun del peso di 90 tonnellate è oggi la più grande campana in tutto il mondo in grado di suonare. Le fotografie la catturano nella sua incompletezza: crepe gigantesche aperte dal terremoto del 1838 che sembrano ferite mai guarite, scalinate che salgono verso un cielo che avrebbe dovuto essere coperto da uno stupa ma invece rimane aperto, sogni architettonici interrotti. La campana Mingun Bell, 90 tonnellate di bronzo fuso, è la campana funzionante più grande del mondo che non si è mai incrinata. La Hsinbyume Pagoda, bianca come zucchero candito, è costruita per rappresentare il Monte Meru cosmico con le sue sette terrazze ondulate che sembrano onde congelate. Le fotografie la catturano nella sua bianchezza, sotto il sole tropicale che obbliga a socchiudere gli occhi.

Bagan

Bagan, chiamata un tempo Pagan, è un'antica città della Birmania situata nella regione di Mandalay. Una volta a Bagan vi sono solo biciclette oppure carri trainati da cavalli per spostarsi e visitare le centinaia di pagode, la scelta è vostra. Più di duemila templi e pagode sparsi su una pianura che sembra esistere solo per contenerli, costruiti tra l'XI e il XIII secolo da re che misuravano la propria devozione in mattoni e stupa. Fotografare Bagan significa scegliere: quale tempio tra migliaia, quale ora del giorno tra le infinite gradazioni di luce che trasformano i mattoni rossi in oro o sangue o ruggine.

Le immagini camminano tra i templi cercando angolazioni che non siano già state fatte da milioni di turisti prima, ma Bagan resiste alla novità: è stato fotografato da ogni possibile prospettiva eppure continua a offrirsi come se fosse la prima volta. L'Ananda Temple con le sue quattro statue dorate del Buddha che guardano i quattro punti cardinali, il Dhammayangyi, il più grande e misterioso con le sue stanze murate per ragioni che nessuno conosce, lo Shwesandaw dove tutti si accalcano per il tramonto trasformando un momento spirituale in competizione per lo spazio migliore da cui scattare. I templi minori, quelli senza nome sulle mappe turistiche, offrono le fotografie più intime: affreschi del Jataka sbiaditi sulle pareti interne che raccontano vite passate del Buddha con colori che stanno morendo lentamente, statue decapitate da cercatori di tesori che hanno scambiato il sacro per il prezioso, pipistrelli che dormono appesi ai soffitti aspettando la notte per uscire a cacciare tra le rovine sacre. La piana di Bagan al tramonto si trasforma in teatro di ombre: i templi diventano silhouette nere contro un cielo che brucia rosso, e le fotografie devono decidere se esporre per il cielo perdendo i dettagli dei templi o viceversa, un mondo di scelte impossibili tra bellezze che si escludono a vicenda.

Solo quando si sale in cima alla pagoda Shwesandaw si ha una vista completa della pianura sottostante, e si può apprezzare l'unicità e la grandezza di Bagan. La vista è mozzafiato e quando Dio decide di dipingere il cielo di Bagan con un tramonto incredibile davvero non si può chiedere di più da quel giorno della propria vita. Le rovine di Bagan coprono un'area di 41 chilometri quadrati. La maggior parte dei suoi edifici è stata costruita nell'undicesimo e tredicesimo secolo; in quel periodo Bagan divenne la capitale del primo impero birmano.

Nel 1287 Bagan cadde sotto il regno dei mongoli, fu saccheggiata dopo aver rifiutato di rendere omaggio a Kublai Khan. Dopo l'abbandono della città da parte del re, Bagan quindi decadde come centro politico, ma ha continuato a prosperare come luogo di studi e insegnamenti buddisti. Dopo il terremoto del 1975 a Bagan sono rimaste in piedi solo 2.217 pagode, si pensi che erano oltre 5.000 durante l'età d'oro della città.

Monte Popa

Ho trovato piuttosto fastidioso salire i gradini senza scarpe fra escrementi di macaco sparsi ovunque. Il Monte Popa è geologicamente un vulcano composto di basalto e andesite, con depositi piroclastici. Le fotografie del Monte Popa catturano un vulcano spento che è diventato casa degli spiriti nat, quelle divinità pre-buddiste che il Myanmar non ha mai completamente abbandonato nonostante secoli di ortodossia. Il Taung Kalat, il monastero costruito sul collo vulcanico che si erge 737 metri sulla pianura, offre fotografie vertiginose: 777 gradini che salgono ripidi verso il tempio in cima, e a ogni livello santuari dedicati ai 37 nat maggiori con statue kitsch che li rappresentano come cortigiani di un regno che non è mai esistito se non nell'immaginazione collettiva.

Pellegrini che salgono scalzi portando offerte di banane e noci di cocco per placare spiriti che sono gelosi, capricciosi, pericolosi, e turisti che salgono in infradito lamentandosi del caldo e delle scimmie aggressive che hanno imparato che i visitatori portano cibo e sono disposti a lottare per ottenerlo. Le aree circostanti sono aride, ma il Monte Popa ha numerose sorgenti e ruscelli. Un sacco di alberi, piante ed erbe crescono a causa del terreno reso fertile dalla cenere vulcanica. L'attuale popolarità del Monte Popa mette in luce come il popolo birmano sia ancora molto legato alle antiche tradizioni nella vita quotidiana. Sono queste antiche tradizioni che caratterizzano la cultura del territorio circostante e non solo. Molte persone percorrono grandi distanze per ottenere fortuna negli anni a venire. Le scimmie sono ovunque, non come elementi pittoreschi ma come presenza costante, minacciosa, promemoria che questo è un luogo di magia dove le regole normali non si applicano completamente. Dalla cima, le fotografie guardano giù verso la pianura di Bagan in lontananza, verso campi di palme che producono il vino dolciastro che i birmani bevono per dimenticare.



Da Yangon a Bagan, da Mandalay al Lago Inle, ogni fotografia porta il peso di una bellezza che sa di essere in pericolo costante, ma è lo stesso pericolo a tenerla viva. Catturare ciò che potrebbe cambiare, ricordare ciò che potrebbe essere dimenticato, testimoniare un paese che ha imparato a resistere coprendo tutto d'oro perché l'oro non si corrode, pregando perché la preghiera è l'unica forma di resistenza che non può essere proibita.