Le fotografie del Laos nel 2025 sono atti di lutto mascherati da documentazione turistica. Tornare dopo ventitré anni significa confrontarsi con un paese che porta lo stesso nome ma ha come perso l'anima da qualche parte, venduta pezzo per pezzo a investitori cinesi. Assegni senza condizioni morali, solo interessi commerciali, e il Laos ha firmato senza leggere le clausole in piccolo.
Ma forse il paese ha sempre avuto questa vocazione alla perdita, questa abitudine a essere campo di battaglia per altri. Porta ancora le cicatrici invisibili della "guerra segreta" che l'America ha negato per anni mentre sganciava sul Laos più bombe di quante ne furono usate in tutta la Seconda Guerra Mondiale.
Due milioni di tonnellate di esplosivo tra il 1964 e il 1973, un bombardamento ogni otto minuti per nove anni, e il Laos non era nemmeno tecnicamente in guerra, era solo sfortunato ad avere confini con il Vietnam.
Vientiane
Vientiane si è trasformata in una periferia cinese tropicale. Grattacieli lungo il Mekong dove c'erano capanne, centri commerciali climatizzati dove c'erano mercati profumati di lemongrass e pesce fermentato, insegne in mandarino più numerose di quelle in lao, come se il paese avesse accettato che il futuro parla cinese, dopo aver passato decenni a cercare di dimenticare che il passato urlava in americano.
Il Patuxai è sempre brutto come lo ricordavo, e al That Luang non torno a vederlo, mi dicono che resiste circondato da cantieri cinesi che costruiscono condomini per lavoratori che arrivano dalla provincia dello Yunnan e non imparano nemmeno una parola di lao perché non ne hanno bisogno: i negozi accettano yuan più volentieri che kip.
La ferrovia ad alta velocità Cina-Laos, inaugurata nel 2021, ha cambiato tutto irreversibilmente. La stazione di Vientiane mostra un'architettura che potrebbe essere in qualsiasi città cinese: vetro, acciaio, schermi LED ovunque, nessun elemento laotiano eccetto la bandiera.
I treni portano turisti cinesi che scendono in massa, fotografano tutto in tre ore, risalgono e vanno via, un flusso continuo che ha trasformato Luang Prabang in una Disneyland buddista. La ferrovia costò sei miliardi di dollari - il 60% del PIL laotiano - prestati dalla Cina con interessi che il Laos pagherà per generazioni.
La linea serve principalmente a portare merci cinesi verso la Thailandia attraverso territorio laotiano, come se il paese fosse solo il corridoio, il passaggio, e non la destinazione.
Luang Prabang
Vedere Luang Prabang fa male se l'hai conosciuta nel 2002. Il patrimonio UNESCO che doveva essere protetto è stato trasformato nel set cinematografico di se stesso.
La processione mattutina dei monaci che raccolgono elemosine era un atto sacro fatto in silenzio, fedeli laotiani scalzi che offrivano riso appiccicoso con riverenza. Ora i turisti si affollano con selfie stick, comprano riso in pacchetti di plastica venduti da imprenditori furbi per darlo ai monaci e sentirsi spirituali.
I monaci camminano con espressione vuota, e se capita non si negano un selfie neppure loro quando visitano le grotte sacre scavalcando qualche backpacker inglese ubriaco steso a terra in barella.
Le guesthouse francesi coloniali erano autentiche, con pavimenti di legno che scricchiolavano. Sono state comprate e trasformate in boutique hotel da catene cinesi dove nulla scricchiola perché tutto è stato rifatto, levigato, standardizzato.
Il mercato notturno vende souvenir fatti in Cina con etichette "handmade in Laos" che ingannano solo chi vuole essere ingannato. I ristoranti lungo il Mekong servono hotpot sichuanese, mentre gli occidentali che venivano cercando autenticità ora vanno altrove, scoraggiati dai prezzi che sono saliti e dall'atmosfera banale.
Le grotte di Pak Ou, raggiunte risalendo il Mekong in long-tail boat, sono ancora piene di Buddha abbandonati lì per proteggerli durante i bombardamenti. Migliaia di statue, alcune antiche, alcune meno; tutte testimoni di quando la gente cercava disperatamente di salvare il sacro dal fuoco che cadeva dal cielo.
Le fotografie le catturano nella penombra delle caverne, coperte di polvere, ragnatele e offerte di incenso, e c'è qualcosa di infinitamente triste in questi rifugiati che aspettano ancora che sia sicuro tornare a casa, ignari che le case sono state demolite per fare spazio a condomini.
Le cascate di Kuang Si questa volta non sono riuscito a raggiungerle, e forse è un bene. Mi dicono che sono ora un parco tematico con biglietto d'ingresso, ombrelloni a noleggio, folle che rendono impossibile qualunque fotografia.
Il Wat Xieng Thong con i suoi tetti sovrapposti che scendono quasi fino a terra resiste magnifico, ma ora è circondato da cordoni di sicurezza e guardie che ti dicono dove puoi e non puoi stare, perché troppi turisti stavano danneggiando i mosaici.
I templi minori, quelli senza nome famoso, sono invece deserti perché non sono su Instagram, e lì puoi ancora parlare con giovani monaci che ti confessano in inglese stentato che sono diventati monaci non per vocazione ma perché il monastero offre istruzione gratuita e le loro famiglie sono troppo povere per mandarli a scuola.
Il Laos resiste dove il denaro non è ancora arrivato, ma gli spazi si restringono anno dopo anno, perché la Cina costruisce veloce e il Laos non ha più la forza di dire no, ammesso che voglia ancora dirlo.
Forse, dopo aver sopportato bombardamenti che dovevano "salvarlo" dal comunismo, il paese ha semplicemente deciso che essere colonia economica cinese è preferibile.
Almeno la Cina costruisce strade, almeno i cinesi non sganciano bombe.
Forse è il progresso, o forse è solo l'ennesima perdita che il Laos ha imparato ad accettare: può essere saggezza o può essere semplicemente una stanchezza troppo profonda per chiamarsi ancora resistenza.
Eppure nel Mekong l'acqua è ancora marrone e lenta.
