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Foto Cambogia 2022

Le fotografie della Cambogia sono conversazioni con rovine di due tipi: quelle di pietra che hanno ottocento anni e sono diventate belle nel loro disfacimento, e quelle umane che hanno cinquant'anni e non sono ancora riuscite a diventare niente se non dolore mal sepolto.
Tornare dopo ventiquattro anni significa confrontarsi con un paese che nel 2001 stava ancora imparando a respirare. Solo sei anni dopo la fine completa della guerra civile, solo due anni dopo la morte di Pol Pot, così vicino al genocidio che i sopravvissuti camminavano ancora con quell'espressione di chi non crede completamente di essere vivo.
E io avevo trent'anni appena compiuti e stavo ancora cercando Angkor.

Adesso volevo vedere il sole del 5 ottobre 2022 sorgere sulle rovine in occasione del mio cinquantunesimo compleanno. Eravamo alla fine della follia pandemica, e sono stato benedetto dalla quasi totale assenza di turisti. Per la seconda volta mi sono inginocchiato davanti a tale meraviglia.

Nel 2001 potevi ancora sentire quell'odore di paura stantia, quella sensazione che tutto fosse provvisorio, che la pace potesse finire domani, che ricominciasse la follia umana. Questo viaggio attraversa un paese che copre d'oro i templi buddisti sperando che l'oro faccia dimenticare i killing fields, che sorride ai visitatori con quella gentilezza khmer famosa che può essere genuina o può essere semplicemente l'espressione di chi ha imparato che mostrare dolore non serve a niente perché il dolore non paga le bollette e i turisti vogliono vedere Angkor Wat al tramonto, non teschi impilati a Choeung Ek.

Oggi quella paura si è trasformata in cinismo, quella provvisorietà in corruzione istituzionalizzata, e non sai quale delle due sia peggiore. La pietra dura più della carne ma meno della vegetazione, e i cambogiani lo sanno anche troppo bene: la carne dura pochissimo quando qualcuno decide che un terzo della popolazione può essere sterminato in quattro anni e il mondo guarda altrove perché è complicato, perché ci sono interessi geopolitici, perché la Cambogia è piccola e lontana e in fondo chi se ne frega di quello che succede.

Siem Reap

Si arriva e si ricomincia sempre da qui, anche se i ricordi sono ormai offuscati. Siem Reap rimane una città che esiste quasi solo in funzione delle rovine, satellite urbano di Angkor che vive del passato glorioso khmer senza esserne mai stata parte. È una città cresciuta troppo velocemente per soddisfare milioni di turisti che arrivano per vedere i templi e hanno bisogno di dormire, mangiare, bere, comprare qualcosa che finirà dimenticato in cassetti.

Pub Street è un caos controllato di ristoranti fish curry accanto a pizzerie italiane e hamburger americani, turisti occidentali già ubriachi che contrattano con tuk-tuk driver per corse che costano due dollari ma cercano di pagarne uno perché anche in vacanza il capitalismo è puro istinto. Oggi Siem Reap è una macchina perfettamente oliata: la gente ha lavoro ed elettricità affidabile e i bambini vanno a scuola invece di mendicare per strada come nel 2001.

Il fiume scorre pigro attraverso la città, marrone e lento, e lungo le sue sponde i bambini si tuffano nudi nell'acqua torbida perché non c'è piscina e il fiume è gratis. Il vecchio mercato coperto regala fotografie più oneste, offre la sensazione che questo luogo esisteva prima dei turisti, prima del genocidio dei Khmer Rossi, prima di tutto e continuerà anche dopo, per sempre.

Bayon

Le fotografie di Bayon catturano volti giganti che sorridono con ambiguità. Si tratta di 54 torri, ognuna con quattro facce rivolte verso i quattro punti cardinali, 216 facce in totale del Bodhisattva Avalokiteshvara o forse del re Jayavarman VII che lo costruì, o forse entrambi. I sorrisi di Bayon sono famosi, quel "sorriso khmer" enigmatico che può essere interpretato come benevolenza o condiscendenza o semplicemente erosione della pietra che crea espressioni dove forse non ce n'erano. Fotografare il Bayon significa scegliere quale faccia inquadrare, non è solo architettura, è presenza. Ovunque ti giri c'è un volto di pietra alto tre metri che ti osserva. Sono loro a guardare, non sei tu. Hanno tutti quello sguardo socchiuso, quella bocca appena curvata, e dopo un po' senti che ti stanno giudicando. Quelle facce sorridevano quando i Khmer Rossi usavano Bayon come deposito di armi. Sorridevano quando nel 2001 camminavo tra loro ignaro di quanto fossi ancora temporalmente vicino al genocidio. Sorridono oggi mentre i turisti le fotografano senza pensare che a quaranta chilometri da qui c'è Choeung Ek dove sono sepolti 17.000 corpi.

Le fotografie giocano con le prospettive: facce in primo piano che incorniciano facce in secondo piano che incorniciano facce in terzo piano che sembrano non finire mai. I bassorilievi al livello inferiore raccontano scene di vita quotidiana khmer del XII secolo: mercati, combattimenti di galli, donne che partoriscono, cucine dove si prepara cibo, battaglie navali sul Tonle Sap con coccodrilli che attaccano soldati caduti in acqua. Le fotografie di questi bassorilievi sono finestre su un mondo scomparso, documentazione visiva di come viveva la gente comune ottocento anni fa, e sono forse più preziose delle facce famose perché mostrano il quotidiano invece del cosmico.

Fotografare Bayon dopo aver visitato il Tuol Sleng Genocide Museum a Phnom Penh è un'esperienza che cambia come vedi quelle facce di pietra. Tuol Sleng, l'ex scuola S-21 trasformata in centro di tortura dove furono uccise almeno 20.000 persone, conserva fotografie dei prigionieri scattate all'arrivo. Il contrasto con i sorrisi sereni di Bayon è insopportabile.

Angkor Wat

Visitare Angkor Wat è un atto di umiltà: questo tempio è stato immortalato da milioni di macchine fotografiche, ogni angolo è stato catturato in ogni possibile condizione di luce, eppure continua a offrirsi come se fosse la prima volta. Costruito nel XII secolo da Suryavarman II come tempio induista, poi trasformato in buddista, Angkor Wat è il tempio meglio preservato del complesso perché, a differenza di quello che molti pensano, non fu mai completamente abbandonato. I monaci rimasero anche quando l'impero khmer collassò, continuarono a pregare tra le rovine.

Le fotografie dell'alba sono il cliché obbligato, tutti in attesa che il sole sorga dietro le cinque torri a forma di loto e trasformi il tempio in silhouette contro un cielo che brucia rosa e arancio. Ma ero lì esattamente il giorno del mio cinquantunesimo compleanno, e l'emozione è stata tanta, davvero meritava il viaggio. Angkor Wat all'alba è oggettivamente, indiscutibilmente bello. Non lo è nel senso della bellezza che richiede educazione estetica per essere apprezzata, è bellezza primitiva, primaria, che colpisce direttamente il sistema nervoso senza passare per il cervello e i suoi filtri del sapere o non sapere.

All'interno, le fotografie camminano attraverso gallerie interminabili dove bassorilievi narrano storie del Ramayana e del Mahabharata, battaglie cosmiche tra dei e demoni, centinaia di figure scolpite tirano una corda avvolta intorno al serpente Vasuki per mescolare l'oceano primordiale. I bassorilievi sono enciclopedie di pietra, ogni centimetro coperto di dettagli che richiederebbero ore per essere letti completamente, e le fotografie possono solo catturare frammenti: un volto di apsara (danzatrice celeste) con sorriso enigmatico, un elefante da guerra che carica. Si tratta di un'ascesa verso la presa di coscienza, verso il centro, verso il nucleo nascosto in ognuno di noi. Le torri centrali, raggiungibili salendo scalinate ripide quasi verticali, obbligano a salire carponi. Quantomeno, a differenza di molti anni fa, ora ci sono aiuti e mancorrenti. Una volta in cima la giungla che circonda il complesso si estende infinita, si capisce la geometria sacra del tempio, come ogni elemento sia posizionato secondo la cosmologia induista dove il tempio è il Monte Meru, centro dell'universo, e le torri sono le sue cinque cime. Ma inevitabilmente gli altri turisti sotto di te, come formiche colorate che si muovono lungo i corridoi, ti ricordano che sei anche parte dello spettacolo, non solo lo spettatore.

Il turismo ha portato miliardi all'economia cambogiana, questo è innegabile. Nel 2001 la Cambogia era tra i paesi più poveri del mondo, oggi è "lower middle income" secondo la Banca Mondiale, e gran parte di questa crescita viene da Angkor. Ma le fotografie catturano anche il costo: templi recintati dove nel 2001 potevi vagare liberamente, percorsi obbligati dove prima improvvisavi, guardie che ti urlano se ti siedi nel posto sbagliato. Il sole sorge dietro le torri con la stessa puntualità di sempre, ma il momento è diventato prodotto, esperienza instagrammabile.


Ta Promh

Le fotografie di Ta Prohm catturano la resa, è il momento in cui la giungla vince. I restauratori hanno fatto una scelta deliberata: lasciare alcuni alberi giganti che hanno avvolto il tempio nelle loro radici, perché rimuoverli significherebbe far crollare le strutture che ormai sostengono. Le radici scorrono sui muri come fiumi di legno congelato, si infilano tra le pietre, sollevano architravi di tonnellate con la forza inarrestabile della crescita vegetale.

Le fotografie mostrano questa simbiosi forzata: pietra e radice così intrecciate che non si capisce più cosa sostiene cosa, se l'albero si appoggia al tempio o il tempio si aggrappa all'albero per non crollare. Gli alberi giganti hanno centinaia di anni ma sono bambini rispetto al tempio che hanno invaso. Le fotografie li catturano nella loro monumentalità: tronchi larghi come automobili, radici che formano arcate sotto cui puoi camminare eretto, corteccia grigia che sembra pelle di elefante. E c'è qualcosa di dannatamente poetico nel fatto che questi alberi, cresciuti per distruggere, siano ora l'unica cosa che tiene in piedi il tempio: il ciclo è completo.

Ta Prohm è diventato iconico, tutti vogliono LA foto con LE radici, si formano spesso code per attendere il proprio turno ed è frustrante e rivelatore: fotografiamo non ciò che vediamo ma ciò che ci è stato detto di vedere. Fortunatamente, il Covid era alle battute conclusive, e la paura teneva via il mondo da qui dandomi la gioia di essere quasi solo tra questa bellezza. Ma se hai pazienza, se aspetti che i gruppi turistici si spostino, Ta Prohm rivela corridoi dove la luce filtra verde attraverso la canopia, creando atmosfere da sogno. Apsara scolpite emergono da pareti coperte di muschio, i loro volti sono corrosi dalla pioggia monsonica di otto secoli ma riconoscibili nella loro grazia. Pietre crollate giacciono esattamente dove sono cadute, coperte da licheni che le stanno dissolvendo, e capisci che alla fine questo è il destino di tutto.

Beng Mealea

Sessanta chilometri a est di Angkor, abbastanza lontano da scoraggiare molti turisti, Beng Mealea è ciò che sarebbe diventato anche Angkor Wat senza restauri: un caos magnifico di pietre crollate, alberi che crescono ovunque, corridoi ostruiti da detriti, torri che sono collassate su se stesse creando montagne di blocchi che un tempo erano architettura sacra. Le mine antiuomo sono state rimosse (si spera tutte) e ora puoi camminare sul tempio più che attraverso il tempio, scalando macerie, infilandoti in crepe, scoprendo ingressi segreti che non sono segreti, solo dimenticati. Fu base Khmer Rouge, poi base vietnamita, poi di nuovo Khmer Rouge in ritirata. Nel 2001 non riuscii ad arrivarci.

Non ci sono percorsi chiari, passerelle di legno ti guidano attraverso il caos ma spesso finiscono nel nulla e devi improvvisare. La luce è difficile perché la canopia è densa e filtra solo sprazzi, creando contrasti brutali che la macchina fotografica fatica a gestire. Ombre nere e highlight bruciati, niente mezze misure. Beng Mealea non si lascia fotografare facilmente, il risultato ha quella granulosità, quella imperfezione che a volte comunica autenticità.

Gli alberi qui sono padroni assoluti. Radici che hanno sollevato intere sezioni di muro, tronchi che crescono da torri come capelli di giganti di pietra, rami che si intrecciano sopra cortili trasformandoli in caverne verdi. I bassorilievi, dove ancora visibili sotto il muschio, mostrano scene del Ramayana e altre narrazioni induiste, ma sono così erosi che sembrano fantasmi di immagini. Le fotografie devono usare luce radente per farli emergere, e anche così ottieni solo impressioni, come ricordi di qualcuno che sta perdendo la memoria. C'è una bellezza triste in questo disfacimento: storie che si cancellano lettera per lettera. Beng Mealea mostra cosa succede senza intervento umano, senza restauri, senza turismo che giustifica la preservazione. E la risposta è: la giungla vince, vince sempre, fatevene una ragione.

Kbal Spen

Un'ora e mezza di salita attraverso la giungla per raggiungere il "fiume dai mille linga", dove artisti khmer dell'XI secolo scolpirono direttamente nel letto del fiume simboli di fertilità e divinità. I linga sono intagliati nella roccia del fondale, centinaia, così che l'acqua che scorre su di essi diventa sacra, benedetta, prima di continuare verso la valle dove i campi aspettano.

Durante la stagione secca, quando l'acqua è bassa o assente, puoi vedere chiaramente le sculture e fotografarle nitide, ma manca quella magia dell'acqua che scorre sulle immagini sacre. Durante la stagione delle piogge, il fiume diventa torrente che copre tutto, impossibile vedere nulla sotto la corrente marrone. Il momento perfetto è il post-monsone, quando l'acqua è chiara ma ancora abbondante.

Il sentiero stesso offre fotografie di giungla cambogiana sudaticcia: alberi giganti, farfalle grandi come mani, ragni tessitori dorati nelle loro ragnatele. La bellezza a Kbal Spean si guadagna con fatica. In cima, dove l'acqua cade in una piccola cascata, la giungla si apre leggermente, puoi immaginare come appariva questa regione quando i khmer scolpivano il fiume: selvaggia, infinita, piena di tigri e elefanti che ora sono quasi estinti.

Banteay Srei

Costruito nel 967, molto prima di Angkor Wat, questo piccolo tempio è un capolavoro di scultura: ogni centimetro di superficie è coperto da intagli così dettagliati che sembrano impossibili nella pietra. Le apsara qui non sono solo scolpite, sono ritratte con gioielli individuali visibili, dita che tengono fiori con petali contabili, espressioni facciali così varie che riconosci personalità diverse. I frontoni mostrano scene mitologiche con profondità quasi tridimensionale: Shiva e Parvati sul monte Kailash, Ravana che scuote la montagna mentre Shiva preme con un dito del piede per fermarlo, muscoli e movimento resi in pietra con maestria che fa sembrare facile ciò che è quasi impossibile.

L'arenaria rosa cambia colore con la luce: rosata all'alba, dorata a mezzogiorno, quasi rossa al tramonto. Il tempio è piccolo, delicato, e il nome suggerisce che fosse gestito da donne o dedicato a divinità femminili. Questa scala ridotta permette fotografie intime: dettagli che ad Angkor Wat sarebbero troppo alti qui sono ad altezza d'occhi, puoi avvicinarti.

I guardiani alle porte hanno espressioni feroci e corpi muscolosi, armi sollevate per tenere lontani spiriti malvagi, ma non sono bastati a proteggere il sacro tempio. Banteay Srei fu quasi interamente rubato pezzetto per pezzetto da collezionisti occidentali e trafficanti d'arte. Alcune delle sculture più belle sono ora nei musei: Guimet a Parigi, Metropolitan a New York. Molti di questi furti avvennero negli anni '90, durante il caos post-Khmer Rouge quando nessuno controllava niente e trafficanti d'arte saccheggiavano sistematicamente i templi per vendere pezzi a collezionisti occidentali. Ma è storia di colonialismo culturale che continua anche oggi, e le fotografie possono solo testimoniare che la bellezza qui era ancora più grande prima che l'Occidente decidesse che apparteneva ai suoi musei più che al suo luogo d'origine. I musei occidentali rispondono che stanno "preservando il patrimonio mondiale", come se i cambogiani non fossero capaci di prendersi cura della propria storia. E c'è qualcosa di osceno in questo argomento quando sai che molti di questi "preservatori" comprarono pezzi rubati durante o immediatamente dopo il genocidio.



Le fotografie della Cambogia, e di Angkor in particolare, documentano un dialogo continuo tra umano e naturale, tra costruito e ricresciuto, tra impero e giungla. Da Siem Reap ai templi perduti nella foresta, ogni scatto testimonia quella verità che i khmer del XII secolo conoscevano ma scelsero inevitabilmente di sfidare. Ma c'è bellezza in questa impermanenza, grazia nel disfacimento, poesia nelle rovine che insegnano umiltà più efficacemente di qualsiasi tempio intatto. Un reportage fotografico di Angkor è una meditazione sulla mortalità, consapevolezza che le nostre immagini un giorno saranno rovine digitali in hard disk dimenticati da tutti.