Le fotografie della Malesia raccontano un paese stratificato, dove le radici affondano nella foresta pluviale più antica del mondo e i rami toccano cieli di vetro e acciaio. Questo viaggio fotografico del 2011 attraversa la Malesia come si percorre un ponte tra mondi: il ronzio della giungla e quello delle metropoli, il profumo delle spezie e l’aria condizionata dei grattacieli, le voci che si intrecciano in lingue diverse: malese, cinese, tamil, inglese. Ogni scatto della mia Canon 450 è un frammento di questo mosaico complesso dove convivono, senza fondersi mai, culture che hanno imparato a guardarsi negli occhi.
Kuala Lumpur
Ed eccoci qui, la mia seconda volta a Kuala Lumpur. Ero stato nel 2007 e la ragione di questa seconda visita è stata principalmente ottenere il visto all’ambasciata birmana. Il primo luogo dove sono tornato è la Chinatown di Kuala Lumpur, Petaling Street, dove ho avuto l’opportunità di fare qualche foto davvero interessante: sono veramente affascinato da questo tipo di posti. Poi mi sono trasferito nella parte sud della città, dove ho visitato il bellissimo Museo di Arte Islamica (purtroppo niente foto).
Devo dire che probabilmente la ragione principale per visitare la Malesia è proprio Kuala Lumpur e il mescolarsi di persone e di etnie. Kuala Lumpur è la città più popolosa della Malesia con una popolazione di 1,6 milioni di abitanti, l’area metropolitana si stima possa arrivare a 6,9 milioni. Secondo il censimento la popolazione cinese comprende il 43%, gli indiani il 10%, gli stranieri residenti a Kuala Lumpur costituiscono circa il 9% della popolazione della città.
Le fotografie di Kuala Lumpur catturano una città che cresce verso l’alto con l’urgenza di chi vuole dimostrare qualcosa. Le Petronas Towers dominano lo skyline come esclamazioni gemelle di ambizione, e alla loro base la città si agita in un presente fatto di shopping mall climatizzati e traffico incontrollabile. Insegne cinesi si alternano a moschee, a templi nascosti in vicoli laterali. Il mercato centrale è un’esplosione di colori che la macchina fotografica fatica a contenere. Artigiani sotto ventilatori che girano lenti. Little India profuma di incenso e curry, Chinatown urla nei suoi mercati notturni già in preparazione, e tra questi mondi paralleli si cammina. L’architettura di Kuala Lumpur è una miscela di vecchie influenze coloniali, tradizioni asiatiche, ispirazioni islamiche, concezione moderna e postmoderna. Ho apprezzato moltissimo le ore trascorse alle Petronas e a Little India. Si tratta di un quartiere davvero interessante da visitare a Kuala Lumpur, specialmente se si vuole mangiare qualcosa di vegetariano: naturalmente Little India con tutti quei colori intorno a te è anche un’ottima opportunità per fare fotografie. Basta girarsi e le foto ti assaltano letteralmente, davvero impossibile non farne.
Preso da un’improvvisa voglia di fuga mi dirigo alle Batu Caves, dove la statua dorata di Lord Murugan si erge per 42 metri davanti all’ingresso delle grotte, un colosso dorato che brilla sotto il sole equatoriale con un’intensità violenta, impossibile da ignorare. Batu Caves è una collina calcarea situata 13 chilometri a nord di Kuala Lumpur. La luce era abbastanza buona fuori, ma dentro le grotte la mia Canon è stata costretta a fare miracoli: la luce era molto poca e arrivava solo dall’alto, dall’apertura della volta. Il sito è anche noto per le sue numerose scimmie, macachi, a cui i visitatori spesso danno cibo. Queste scimmie possono essere molto territoriali e sono abbastanza pericolose per i morsi, spesso attaccano i bambini. I 272 gradini che salgono verso la caverna principale sono popolati da macachi che posano con la sicurezza di chi sa di essere parte integrante del paesaggio, che rubano offerte e occhiali da sole con la stessa disinvoltura. Cerco di documentare quel caos sacro, cercando di evitare i turisti in pantaloncini che vengono fermati e coperti con scialli colorati. Il buio delle pareti calcaree contro fasci di luce che sembrano solidi, tangibili.
Taman Negara
Ero davvero curioso di visitare Taman Negara, uno dei più antichi e maestosi parchi nazionali della Malesia. È enorme, con ben 4.343 chilometri quadrati incontaminati; al suo interno è presente il Gunung Tahan, il punto più alto della penisola malese. Il luogo è geologicamente molto stabile e di fatto quasi nulla è cambiato da 110 milioni di anni; per questo motivo Taman Negara ha la reputazione di essere la più antica foresta pluviale tropicale del mondo.
Le immagini di Taman Negara sono immersioni nel tempo. Questa foresta pluviale di 130 milioni di anni non si lascia fotografare facilmente: la giungla resiste alla luce, la filtra attraverso strati infiniti di verde. Camminare qui con la macchina fotografica è un esercizio di umiltà, perché ogni passo è fatica e ci ricorda quanto siamo fragili. Un mare verde che ondeggia fino all’orizzonte senza interruzione.
Il fiume Tembeling scorre marrone e denso, portando via foglie, e sulle sue sponde la macchina fotografica aspetta paziente: ombre che potrebbero essere tigri o solo il desiderio di vederle. Le fotografie di Taman Negara sono quasi sempre buie, povere, sfocate dal movimento impercettibile dell’aria umida, perché la giungla non si ferma mai abbastanza per il fotografo. Ma proprio in questa resistenza sta la loro unicità, la forza, l’ostinazione verde della vita che cresce, marcisce e ricresce in un ciclo che non ha bisogno di testimoni umani.
Malacca
Non potevo non visitare Malacca e assaporare tutta la sua storia, così ho programmato un viaggio in giornata andata e ritorno da Kuala Lumpur. Purtroppo ho trovato una giornata di pioggia! Ma la mia Canon ha fatto il suo lavoro. Il centro storico di Malacca è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 2008 insieme a George Town, la capitale di Penang. Nel mese di aprile del 1511, Afonso de Albuquerque salpò da Goa verso Malacca con una forza di circa 1.200 uomini e diciassette o diciotto navi. Conquistarono la città il 24 agosto 1511. Malacca divenne una base strategica per l’espansione portoghese nelle Indie Orientali. Controllare Malacca significava controllare il commercio asiatico.
Nel 1641 gli olandesi sconfissero i portoghesi con l’aiuto del sultano di Johor, ma non erano interessati a sviluppare Malacca come centro del commercio: tenevano in maggiore considerazione Jakarta. Malacca fu poi ceduta agli inglesi nel 1824 e fu governata prima dalla British East India Company e poi come colonia della Corona. Malacca va vista lentamente, non c’è spazio per la fretta camminando su strati di imperi dimenticati. Questa città patrimonio UNESCO porta nel DNA portoghese, olandese, britannico e cinese, e ogni dominatore ha lasciato cicatrici che ora convivono in un palinsesto urbanistico. Lungo il fiume Malacca, le fotografie catturano case colorate che si specchiano nell’acqua torpida, murales che raccontano storie di Peranakan, quella cultura ibrida nata dall’incontro tra commercianti cinesi e donne malesi.
La macchina fotografica cerca di trattenere il rosso ossidato della Christ Church olandese nella piazza centrale, i trishaw decorati con Hello Kitty e LED lampeggianti che sono kitsch elevato a forma d’arte. Le rovine di A Famosa, quel che resta della fortezza portoghese, sono frammenti di pietra che le fotografie trasformano in meditazione sul potere temporaneo: tutto ciò che fu grande ora è solo una porta senza mura, una guardia senza esercito.
Malacca si fa fotografare con malinconia elegante, consapevole di essere stata centro del mondo e di averlo perso, ma di aver guadagnato in cambio qualcosa di più raro: un’anima stratificata che nessun impero potrebbe costruire intenzionalmente.
Penang
Da Kuala Lumpur, dopo aver risolto la questione del visto per la Birmania, mi sono spostato con molta curiosità a Penang. La storia dell’isola è affascinante, quindi probabilmente mi aspettavo troppo. La città di Georgetown è caotica e puzzolente, con auto bloccate ovunque nel traffico. L’inquinamento è insostenibile e si riesce a malapena a respirare.
Gli inglesi furono i primi a raggiungere Penang: il navigatore Sir James Lancaster, che il 10 aprile 1591, al comando della Bonaventure Edward, salpata da Plymouth per le Indie Orientali, raggiunse Penang nel giugno del 1592.
Le fotografie di Penang raccontano un’isola industriosa che non ha perso i suoi sapori distinti. Georgetown si lascia fotografare con la consapevolezza di chi sa di essere bella: le sue case coloniali dai colori pastello – rosa cipria, verde menta, giallo uovo – si allineano lungo strade dove i risciò dipinti aspettano turisti che non arriveranno mai abbastanza.
Le foto catturano il patrimonio UNESCO fatto di moli di legno dove intere comunità vivono sull’acqua in case che tremano a ogni onda, rosso lacca e lanterne che penzolano come frutti da raccogliere. Nei templi cinesi di Kek Lok Si, le fotografie salgono verso la pagoda a sette piani dove si mescolano architetture thai, birmane e cinesi in un sincretismo che dovrebbe essere caos ma è armonia.
Langkawi
Alla ricerca di belle spiagge e abbastanza deluso dal mare di Penang, mi sono spostato in traghetto per visitare Langkawi. Langkawi è un arcipelago di 104 isole nel Mar delle Andamane, al largo della costa nord-occidentale della Malesia; la più grande delle isole è Pulau Langkawi, l’unica altra isola abitata è Pulau Tuba. Nel 2007 Langkawi ha ricevuto dall’UNESCO lo status di geoparco.
La più antica formazione geologica dell’isola, Gunung Matchincang, è stata la prima parte del Sud-est asiatico a salire dal fondo del mare durante il periodo Cambriano, oltre mezzo miliardo di anni fa. La parte più antica della formazione è osservabile a Teluk Datai, a nord-ovest dell’isola, dove l’affioramento esposto è costituito principalmente nella parte superiore da arenarie (ora quarziti), e nella parte inferiore da scisti. Era la prima volta che mi trovavo di fronte a un vero basamento cristallino metamorfico in Asia, davvero notevole e inaspettato: oltre al bagno in acque caldissime e cristalline potevo, da geologo, ammirare tutto questo.
Pantai Cenang è una delle spiagge più popolari di Langkawi, ricca di sistemazioni economiche, ma è caotica e trafficata. Affittando un motorino è possibile visitare le spiagge nella parte nord dell’isola di Langkawi, decisamente più tranquille e pulite. Il tragitto si snoda tra strade asfaltate che corrono dentro la giungla, davvero bello… fino a quando non sono rimasto con due ruote del motorino a terra nel mezzo del nulla! Fortunatamente un’anima buona si è fermata a darmi una mano chiamando qualcuno per riparare le gomme.
Cameron Highlands
Cameron Highlands ha preso il nome da William Cameron, un esploratore britannico a cui, nel 1885, fu commissionato dal governo coloniale di mappare l’area: 712 chilometri quadrati, una delle colline più fresche della Malesia. A 1.500 metri d’altitudine, la Malesia diventa improvvisamente piantagioni di tè che disegnano geometrie perfette sulle colline, fragole che crescono dove dovrebbero esserci orchidee. Si trova a circa 85 chilometri da Ipoh e a circa 200 chilometri da Kuala Lumpur.
I sentieri nella giungla montana offrono fotografie diverse dal Taman Negara: qui la foresta è più gentile, meno opprimente, lascia entrare più luce. Le fotografie delle Cameron Highlands sono sempre leggermente velate, come se la nebbia delle colline fosse entrata nell’obiettivo e non volesse più uscire. Catturano un luogo fuori contesto, un’anomalia geografica e culturale dove i malesi vengono per respirare aria fresca e i fotografi vengono per documentare questo tentativo coloniale di ricreare l’Inghilterra nei tropici.
Sir George Maxwell, dopo aver visitato il luogo, decise di trasformarlo in una località collinare di villeggiatura. La costruzione della strada fu una sfida. I lavoratori non solo avevano a che fare con il maltempo, ma convivevano anche con il rischio di essere colpiti dalla malaria. Nel 1930 la località divenne molto popolare tra la gente locale e non solo. Da allora c’è stato davvero un enorme cambiamento e una devastazione del territorio: campi da golf, cottage, hotel, guest house, ristoranti, fattorie, piantagioni.
Oltre che per le passeggiate, è famosa per le piantagioni di tè, le aziende agricole, i frutteti, i vivai, le montagne e quello che resta della foresta originale dove si trova il più grande fiore del mondo, la Rafflesia.
Cameron Highlands è anche noto per essere l’ultimo luogo in cui fu visto Jim Thompson, un facoltoso uomo americano che iniziò l’attività di esportazione della seta dalla Thailandia, misteriosamente scomparso proprio qui.
Le fotografie, da Kuala Lumpur alle Cameron Highlands, mostrano questa capacità malese di contenere le contraddizioni: modernità e tradizione, giungla e metropoli, culture che si toccano senza mescolarsi. Ogni foto è un frammento di un mosaico troppo vasto per essere contenuto in un solo sguardo, un invito a tornare perché c’è sempre un altro strato da scoprire, un’altra storia nascosta dietro quella che credevi di aver già visto.
