Myanmar ex Birmania, Bagan, tramonto visto dalla Shwesandaw pagoda.

Foto di Bagan, del monte Popa e dell’Irrawaddy 2011

 

Sembra incredibile da scrivere dopo averla vista, ma Bagan è entrata nel patrimonio UNESCO solo nel 2019, con trent’anni di ritardo, perché i militari avevano ricostruito i templi a modo loro e in cemento. Nel 2016 un terremoto ne ha danneggiati quasi quattrocento, e da allora sulle terrazze non si sale più. Queste fotografie risalgono a quando ci si arrivava in battello, sul fiume Irrawaddy, da Mandalay e la piana la si guardava ancora dall’alto.

Irrawaddy

Il fiume continua a scorrere indifferente trasportando storia e limo in eguale misura. Navigare l’Irrawaddy per arrivare a Bagan significa fotografare un paese da una prospettiva che non cambia da secoli: villaggi che si affacciano sulle rive dove donne lavano vestiti e bambini si tuffano nudi, templi bianchi che emergono dalla vegetazione come apparizioni, bufali d’acqua che osservano impassibili il passaggio delle barche turistiche che hanno sostituito quelle mercantili, ma il fiume non fa differenza.

Mi ricorderò per sempre quando, giunti quasi a Bagan nel bel mezzo del buio, durante una delle tante fermate, abbiamo sentito grida terribili. Cinque o sei persone stavano cercando di spingere sulla barca un maiale terrorizzato che urlava come un matto.

Il fiume Irrawaddy scorre da nord a sud attraverso tutta la Birmania. È il più grande fiume del paese e la più importante via commerciale, scorre diretto da nord a sud prima di sfociare nel Mar delle Andamane attraverso il delta dell’Irrawaddy.

Le immagini catturano ferry locali stracarichi di persone, merci, animali, dove lo spazio personale è un concetto occidentale che qui non ha cittadinanza, dove si viaggia per giorni e giorni e il ponte diventa casa temporanea. Le rive si ammorbidiscono nella foschia, i suoni si attutiscono, e per qualche minuto l’Irrawaddy sembra davvero quel fiume sacro che i birmani hanno sempre creduto fosse.

Bagan

Bagan, chiamata un tempo Pagan, è un’antica città della Birmania situata nella regione di Mandalay. Una volta a Bagan vi sono solo biciclette oppure carri trainati da cavalli per spostarsi e visitare le centinaia di pagode, la scelta è vostra.

Più di duemila templi e pagode sparsi su una pianura che sembra esistere solo per contenerli, costruiti tra l’XI e il XIII secolo da re che misuravano la propria devozione in mattoni e stupa.

Fotografare Bagan significa scegliere: quale tempio tra migliaia, quale ora del giorno tra le infinite gradazioni di luce che trasformano i mattoni rossi in oro o sangue o ruggine.

Le immagini camminano tra i templi cercando angolazioni che non siano già state fatte da milioni di turisti prima, ma Bagan resiste alla novità: è stato fotografato da ogni possibile prospettiva eppure continua a offrirsi come se fosse la prima volta.

L’Ananda Temple con le sue quattro statue dorate del Buddha che guardano i quattro punti cardinali, il Dhammayangyi, il più grande e misterioso con le sue stanze murate per ragioni che nessuno conosce, lo Shwesandaw dove tutti si accalcano per il tramonto trasformando un momento spirituale in competizione per lo spazio migliore da cui scattare.

I templi minori, quelli senza nome sulle mappe turistiche, offrono le fotografie più intime: affreschi del Jataka sbiaditi sulle pareti interne che raccontano vite passate del Buddha con colori che stanno morendo lentamente, statue decapitate da cercatori di tesori che hanno scambiato il sacro per il prezioso, pipistrelli che dormono appesi ai soffitti aspettando la notte per uscire a cacciare tra le rovine sacre.

La piana di Bagan al tramonto si trasforma in teatro di ombre: i templi diventano silhouette nere contro un cielo che brucia rosso, e le fotografie devono decidere se esporre per il cielo perdendo i dettagli dei templi o viceversa, un mondo di scelte impossibili tra bellezze che si escludono a vicenda.

Solo quando si sale in cima alla pagoda Shwesandaw si ha una vista completa della pianura sottostante, e si può apprezzare l’unicità e la grandezza di Bagan. La vista è mozzafiato e quando Dio decide di dipingere il cielo di Bagan con un tramonto incredibile davvero non si può chiedere di più da quel giorno della propria vita. Le rovine di Bagan coprono un’area di 41 chilometri quadrati. La maggior parte dei suoi edifici è stata costruita nell’undicesimo e tredicesimo secolo; in quel periodo Bagan divenne la capitale del primo impero birmano.

Nel 1287 Bagan cadde sotto il regno dei mongoli, fu saccheggiata dopo aver rifiutato di rendere omaggio a Kublai Khan. Dopo l’abbandono della città da parte del re, Bagan quindi decadde come centro politico, ma ha continuato a prosperare come luogo di studi e insegnamenti buddisti.

Dopo il terremoto del 1975 a Bagan sono rimaste in piedi solo 2.217 pagode, si pensi che erano oltre 5.000 durante l’età d’oro della città.

Monte Popa

Ho trovato piuttosto fastidioso salire i gradini senza scarpe fra escrementi di macaco sparsi ovunque. Il Monte Popa è geologicamente un vulcano composto di basalto e andesite, con depositi piroclastici.

Le fotografie del Monte Popa catturano un vulcano spento che è diventato casa degli spiriti nat, quelle divinità pre-buddiste che il Myanmar non ha mai completamente abbandonato nonostante secoli di ortodossia.

Il Taung Kalat, il monastero costruito sul collo vulcanico che si erge 737 metri sulla pianura, offre fotografie vertiginose: 777 gradini che salgono ripidi verso il tempio in cima, e a ogni livello santuari dedicati ai 37 nat maggiori con statue kitsch che li rappresentano come cortigiani di un regno che non è mai esistito se non nell’immaginazione collettiva.

Pellegrini che salgono scalzi portando offerte di banane e noci di cocco per placare spiriti che sono gelosi, capricciosi, pericolosi, e turisti che salgono in infradito lamentandosi del caldo e delle scimmie aggressive che hanno imparato che i visitatori portano cibo e sono disposti a lottare per ottenerlo. Le aree circostanti sono aride, ma il Monte Popa ha numerose sorgenti e ruscelli. Un sacco di alberi, piante ed erbe crescono a causa del terreno reso fertile dalla cenere vulcanica.

L’attuale popolarità del Monte Popa mette in luce come il popolo birmano sia ancora molto legato alle antiche tradizioni nella vita quotidiana. Sono queste antiche tradizioni che caratterizzano la cultura del territorio circostante e non solo. Molte persone percorrono grandi distanze per ottenere fortuna negli anni a venire. Le scimmie sono ovunque, non come elementi pittoreschi ma come presenza costante, minacciosa, promemoria che questo è un luogo di magia dove le regole normali non si applicano.

Dalla cima, le fotografie guardano giù verso la pianura di Bagan in lontananza, verso campi di palme che producono il vino dolciastro che i birmani bevono per dimenticare.

Trentasette spiriti nat sotto una mano di ortodossia buddista, e macachi che hanno capito il turismo prima dei turisti. Il monte Popa chiude quindi il viaggio, si ritorna a Yangon e dal 2021 il Myanmar è di nuovo chiuso. Oltre a questo non oso immaginare in che condizioni sia il paese dopo l’ennesimo devastante terremoto di marzo 2025.