Il Vietnam del sud è la fine del viaggio, dopo il nord e il centro. Saigon di giorno e Saigon di notte. Lo stesso posto: cambia la luce, cambia chi sta per strada, cambia quello che la città sceglie di far vedere. Le foto di Saigon che seguono, in due gallerie, sono lo stesso luogo a dodici ore di distanza.
Saigon di giorno
Sono solo a Saigon, ultima tappa, la fine è il suo inizio. Di giorno le fotografie di Saigon catturano una città che brucia di energia solare e ambizione.
Sotto la luce cruda del mezzogiorno, Ho Chi Minh City si rivela senza filtri: il caos organizzato degli incroci dove migliaia di motorini si muovono come banchi di pesci che conoscono correnti invisibili, seguendo regole non scritte che solo chi vive qui comprende.
Le immagini di Saigon documentano i contrasti violenti tra presente e passato: grattacieli di vetro che riflettono la cattedrale coloniale di Notre-Dame, mercati tradizionali schiacciati tra centri commerciali luccicanti, venditori ambulanti che occupano marciapiedi all’ombra di insegne al neon spente.
E chiamiamola Saigon perché tutti la chiamano così tranne i documenti ufficiali. Ho Chi Minh City ufficialmente, Saigon realmente, è la capitale economica del Vietnam unificato, e c’è un’ironia deliziosa nel fatto che la città che fu sede del governo sud-vietnamita “fantoccio” e del comando americano sia ora il motore del capitalismo vietnamita, più ricca di Hanoi, più dinamica, più internazionale, più tutto.
Il museo della guerra, l’ufficio postale, l’antica pagoda dell’imperatore di Giada; le foto di Saigon cercano di trattenere il movimento perpetuo senza riuscirci: donne con cappelli conici che trasportano bilancieri carichi di frutta, uomini d’affari in giacca e cravatta che zigzagano nel traffico, monaci che attraversano con calma innaturale.
Il Palazzo della Riunificazione, dove il 30 aprile 1975 il tank nordvietnamita n. 843 sfondò i cancelli segnando la fine della guerra, è ora preservato esattamente come era quel giorno.
È stato trasformato in reliquia, momento di trionfo congelato, ma fuori dal palazzo Saigon ha già dimenticato e continua a fare soldi.
A un incrocio del centro c’è un monumento che non è uno qualsiasi. Lì, l’11 giugno 1963, il monaco Thich Quang Duc si sedette sull’asfalto e si diede fuoco, per protesta contro la persecuzione dei buddisti da parte del regime di Diem.
La fotografia che Malcolm Browne scattò quella mattina fece il giro del mondo, e fra le immagini di Saigon resta la più famosa di tutte. Nel bassorilievo alle sue spalle c’è anche l’automobile con cui arrivò.
Fra le foto di Saigon di giorno le più rivelatrici sono quelle dei grattacieli nuovi: la Bitexco Financial Tower con il suo helipad sporgente, il Vincom Center, il Landmark 81 che è l’edificio più alto del Vietnam a 81 piani (ovviamente). Questi grattacieli dicono tutto: il Vietnam comunista ha perso ogni pretesa ideologica, ha abbracciato il capitalismo con entusiasmo che farebbe vergognare convertiti religiosi.
Saigon è il laboratorio dove testare quanto velocemente puoi costruire verso l’alto prima che le fondamenta cedano. Sotto i grattacieli restano i vicoli, a pochi passi dai viali: larghi quanto un motorino, con le ciabatte lasciate sulla soglia e una donna seduta sul gradino di casa.
È qui che la città smette di mettersi in mostra.
Foto di Saigon in notturna
Quando il sole tramonta dietro le architetture coloniali francesi, i neon si accendono come promesse: il caos diurno si trasforma in un flusso ipnotico di luci rosse e gialle che scivolano sull’asfalto bagnato. Lungo il fiume, le fotografie di Saigon notturna catturano riflessi liquidi di grattacieli che si frantumano nell’acqua scura, mentre le barche turistiche disegnano scie luminose.
Poi c’è la strada dei locali, dove le insegne fanno a gara: palme e delfini al neon, bufali, scritte in inglese una sopra l’altra, e in mezzo una folla che cammina piano fra motorini e bancarelle.
I mercati notturni si accendono di vita diversa: bancarelle di street food dove la luce delle lampade crea cerchi dorati nel buio, volti illuminati dal basso mentre mangiano banh mi o bevono birra locale seduti su sgabelli bassi. Di notte i tempi di esposizione si allungano, e nelle foto di Saigon la città diventa scie di fari che dipingono linee rosse e bianche sulle arterie urbane, silhouette che attraversano piazze illuminate, il fumo dei barbecue che sale pigro verso le insegne al neon.
Nelle immagini di Saigon di notte la città si concede alla contemplazione, rivela una vulnerabilità che il giorno nasconde: il respiro stesso di una megalopoli che dorme poche ore prima di ricominciare la sua corsa instancabile. I rooftop bar sono spuntati ovunque negli ultimi anni, i vietnamiti hanno capito che i turisti pagano un premium per una vista sopraelevata e cocktail mediocri quando va bene.
La città si estende in tutte le direzioni senza apparente pianificazione, luci che brillano fino all’orizzonte, e se inclini la macchina nell’angolazione giusta le tue fotografie di Saigon escludono povertà e inquinamento e catturano solo il glamour, che è la bugia che tutti i rooftop bar vendono e tutti i clienti comprano volentieri.
I mercati notturni offrono immagini di Saigon al lavoro: venditori che scaricano camion di prodotti, famiglie intere che dormono sotto le bancarelle perché lavorano diciotto ore e andare a casa significherebbe perdere ore su un motorino.
Questa è la Saigon vera, che lavora mentre i turisti dormono in hotel climatizzati, che costruisce la ricchezza del Vietnam centesimo per centesimo, senza ideologia, senza retorica, solo lavoro infinito perché l’alternativa è la povertà e la povertà oggi non è più accettabile.



