Il Vietnam del nord è dove il mio viaggio comincia. Hanoi, la baia di Halong, Sapa: in pochi giorni si passa dal caos di una capitale al mare tropicale poi alla montagna, e l’unica costante è la pioggia, che a settembre non smette quasi mai.
Hanoi
Le fotografie di Hanoi catturano l’anima di una città che vive di contraddizioni. Nelle strade il tempo per ognuno scorre diversamente: si misura nel vapore che sale dalle pentole di pho all’alba, nel ronzio incessante dei motorini che danzano tra i vicoli stretti. Le immagini raccontano volti segnati dalla storia, mani che versano caffè, specchi d’acqua al lago Hoan Kiem dove la città si ferma a contemplare se stessa.
Il caffè all’uovo – invenzione degli anni ’40 quando il latte scarseggiava e qualcuno ebbe l’idea di montare tuorlo d’uovo con latte condensato e zucchero – è diventato simbolo hipster, venduto ai turisti a prezzi quadruplicati in caffetterie Instagram-friendly dove i vietnamiti veri non vanno perché costa quanto due pasti.
Ogni immagine è un sussurro nel rumore e nella cacofonia urbana. Mi sono perso la sera fotografando bambini ballare rap nel piazzale di fronte al Venerabile, nelle mattinate piovose, nell’esplosione rossa e potente della festa per il campionato di calcio.
Si tratta di una città che ha imparato l’arte del doppio pensiero orwelliano senza mai aver letto Orwell (probabilmente è ancora vietato, tecnicamente).
Il Mausoleo di Ho Chi Minh – dove Bac Ho giace imbalsamato contro la sua volontà esplicita di essere cremato, perché il Partito decise che serviva un’icona permanente anche se questo significava tradire i desideri del fondatore – riceve code di vietnamiti e turisti che sfilano in silenzio imposto davanti al corpo che sembra sempre più di cera e sempre meno umano. Le fotografie non sono permesse dentro, ovviamente, perché alcune cose funzionano meglio senza documentazione.
Baia di Halong
Le fotografie della Baia di Ha Long immortalano un paesaggio che sembra nato da un sogno dimenticato. Quando la nebbia avvolge le formazioni carsiche, ogni isolotto diventa un’apparizione, una scultura che emerge dal nulla.
Le barche solcano acque che riflettono il cielo come specchi spezzati, e nelle fotografie si coglie quel silenzio denso che precede la meraviglia. La macchina fotografica non cattura solo rocce e mare, ma anche la coltivazione delle perle e il dialogo senza parole tra terra e acqua, tra ciò che è immobile e ciò che scorre.
Nel 1994, quando l’UNESCO la designò patrimonio mondiale, riceveva forse centomila visitatori all’anno. Nel 2018 ne riceve sei milioni.
Le giunche tradizionali esistono ancora ma solo come facciata: sotto il legno verniciato ci sono motori diesel, dentro le cabine aria condizionata e wifi, il personale è stato addestrato a sorridere in quattro lingue. Le crociere overnight seguono percorsi standardizzati, visitano le stesse grotte illuminate con LED colorati che fanno sembrare tutto una discoteca geologica, si fermano agli stessi villaggi galleggianti dove le famiglie vivono su barche e vendono perle coltivate a prezzi turistici mentre i figli guardano anime giapponesi su tablet.
Le fotografie all’alba mostrano ancora quella bellezza che rese famosa Ha Long: l’acqua della baia, che dovrebbe essere color smeraldo, oscilla tra verde torbido e marrone fangoso a seconda delle correnti e dell’inquinamento.
Il governo vietnamita ammette il problema, annuncia periodicamente piani di pulizia, poi non succede nulla perché il turismo porta troppi soldi per fermarlo e la pulizia vera richiederebbe ridurre il traffico navale che è esattamente ciò che genera gli introiti.
Sapa
Le fotografie di Sapa sono scale verdi che si arrampicano verso il cielo. Le terrazze di riso disegnano la pelle delle montagne, ogni gradone è una riga scritta dalla pazienza contadina.
Nei volti delle donne Hmong e Dao, le fotografie catturano secoli di resistenza silenziosa, stoffe indaco che portano il peso della tradizione e della stanchezza. La nebbia che sale dalle valli rivela epifanie lente, verità che si svelano un respiro alla volta nel paesaggio del Vietnam del nord.
Le donne Hmong in costumi tradizionali colorati che ti avvicinano appena scendi dal bus, che ti offrono di guidarti per i trekking, che chiacchierano in inglese sorprendentemente buono mentre camminano con te per ore e alla fine tirano fuori tessuti ricamati che “ha fatto mia nonna” (comprati all’ingrosso a Hanoi), non sono una truffa ma non sono nemmeno completamente autentiche. Hanno imparato che i turisti vogliono un'”esperienza autentica” e gliela forniscono, autentica quanto basta, confezionata per il consumo occidentale che vuole sentirsi avventuroso senza vero disagio.
Queste donne guadagnano molto più come guide turistiche che coltivando riso su pendii impossibili, mandano le figlie a scuola invece di sposarle a quattordici anni, hanno accesso alla medicina moderna invece di affidarsi solo agli erboristi locali. Chi sei tu per giudicare se questa transazione è sfruttamento o opportunità? Le foto che scatti di loro sorridenti in costume tradizionale le aiutano economicamente o contribuiscono a cristallizzarle in un ruolo etnico performativo? Probabilmente entrambe.
I mercati domenicali dove le minoranze etniche scendono dalle montagne per vendere e comprare sono ancora relativamente autentici, anche se qui i turisti con macchine fotografiche sono ormai parte del paesaggio, e le persone hanno imparato a posare o a chiedere soldi per le foto, e non puoi biasimarle perché la tua fotografia ha valore (per te, per Instagram, per il portfolio) e perché dovrebbero regalarla quando potrebbero monetizzarla?
Da Sapa si scende, comincia la parte che conserva quello che il paese aveva di più bello prima della guerra: il Vietnam centrale.


















































































