Vietnam, per le strade del centro.

Foto del Vietnam centrale 2018

 

Il Vietnam centrale forse tiene insieme le cose che meno stanno insieme: il parallelo che tagliò il paese in due, la capitale imperiale devastata dalla guerra e poi ricostruita, le colorate lanterne di Hoi An che fanno da set ai matrimoni coreani e non solo, i templi Cham nella giungla, e un villaggio che nel 1968 fu cancellato dalla faccia della terra in quattro ore.

DMZ (zona demilitarizzata)

Lungo il 17° parallelo, la macchina fotografica cerca tracce di quella ferita: i tunnel di Vinh Moc dove intere famiglie vivevano sottoterra, bunker abbandonati che la vegetazione sta lentamente inghiottendo, il ponte di Hien Luong sul fiume Ben Hai dove un colore diverso della vernice segnava Nord e Sud.
I crateri delle bombe sono diventati laghetti dove si riflette il cielo, le basi militari sono rovine colonizzate da alberi e vento. Ogni scatto della DMZ è una meditazione su come la storia si sedimenti in strati che la terra copre ma non cancella.

Il 17° parallelo, stabilito dagli Accordi di Ginevra del 1954 come divisione “temporanea” (doveva durare due anni fino alle elezioni nazionali che non avvennero mai perché tutti sapevano che Ho Chi Minh avrebbe vinto e questo era inaccettabile per gli americani), attraversa il fiume Ben Hai.
Il ponte di Hien Luong che lo attraversava fu diviso a metà: il Nord lo dipinse rosso, il Sud lo dipinse giallo.

La base di Khe Sanh, dove i marines americani resistettero all’assedio di settantasette giorni nel 1968 mentre il Nord bombardava con decine di migliaia di razzi e mortai, è ora un campo aperto con qualche bunker ricostruito, un museo piccolo, una pista d’atterraggio invasa da erbacce. Le fotografie mostrano questa banalità: uno dei luoghi più contestati della guerra, dove morirono centinaia di marines e forse migliaia di nordvietnamiti (numeri contestati, come tutto in quella guerra), ora è praticamente vuoto, visitato da pochi turisti e veterani americani anziani che vennero qui da giovani e tornano per motivi che solo loro capiscono completamente.

La DMZ è stata bonificata dalle mine ma non completamente – ancora oggi i cartelli avvertono di non uscire dai sentieri marcati in alcune zone – e questo dice tutto: cinquant’anni dopo la fine della guerra, il terreno è ancora così saturo di morte potenziale che non è sicuro camminare liberamente. Il Vietnam stima che 800.000 tonnellate di ordigni inesplosi rimangano nel terreno, e che ci vorranno altri cent’anni per bonificare completamente il paese.

Hue

L’antica capitale imperiale si lascia fotografare con pudore aristocratico tra fantasmi dorati e giardini dove cresce l’abbandono: i palazzi della Città Proibita hanno perso la loro funzione ma conservano la dignità, come i vecchi attori che ricordano ancora le battute.
Il Fiume dei Profumi scorre tra i mausolei reali portando via preghiere, e nelle fotografie si percepisce quella malinconia elegante delle cose che furono grandi e che ora riposano.

Durante l’Offensiva del Tet nel 1968, Hue fu teatro della battaglia più lunga e sanguinosa della guerra del Vietnam: venticinque giorni di combattimenti casa per casa che distrussero il 60% della città e uccisero migliaia di civili, molti giustiziati dai Viet Cong perché collaborazionisti (o presunti tali), altri uccisi dai bombardamenti americani che distrussero quartieri interi per “salvarli”.

La Città Proibita, costruita imitando quella di Pechino, oggi è una ricostruzione. Le fotografie mostrano palazzi rifatti secondo documenti storici ma con materiali moderni, tetti di tegole che brillano troppo perché sono nuovi, draghi di ceramica sulle grondaie che non hanno ancora la patina del tempo. È Hue come doveva essere, non come era, una versione migliorata della storia che rimuove inconvenienti come proiettili e napalm.

Il Vietnam comunista ha un rapporto complicato con questo periodo: da un lato erano imperatori vietnamiti quindi parte del patrimonio nazionale, dall’altro erano collaborazionisti coloniali quindi tecnicamente traditori. Soluzione pragmatica: restaurali per i turisti, incassa i biglietti d’ingresso, non pensarci troppo.
Il Vietnam ha molte storie di sacrificio, troppe, e ha imparato a metterle in mostra per i turisti perché l’alternativa è dimenticare, e dimenticare significa che morirono per niente.

Hoi An

Migliaia di lanterne si accendono come lucciole imprigionate in carta di riso, e il centro storico patrimonio UNESCO diventa un acquarello liquido dove i colori si fondono nei canali. Le fotografie più vere sono quelle che riescono a trattenere quell’attimo fragile tra il giorno e la notte, quando Hoi An respira sospesa.
L’UNESCO la dichiarò patrimonio mondiale nel 1999, e da allora Hoi An è diventata una macchina perfetta per trasformare la nostalgia in profitto.
Le case dei mercanti antichi sono ora boutique hotel, ristoranti fusion, gallerie d’arte che vendono pitture su seta di Hoi An illuminata (pitture fatte in fabbrica a Hanoi ma chi controlla).

Le lanterne sono diventate il brand cittadino. Ogni foto di Hoi An include lanterne, è obbligatorio. Le sartorie offrono abiti su misura pronti in ventiquattro ore, e le fotografie mostrano turisti occidentali che escono carichi di vestiti fatti con misure prese male, tessuti mediocri, cuciture che si scioglieranno forse al terzo lavaggio, ma costano poco e puoi dire agli amici che hai fatto fare abiti su misura in Vietnam.

La verità è che Hoi An funziona perché ha capito cosa vogliono i turisti: bellezza accessibile, esotico non troppo esotico, atmosfera senza il disagio, e lo fornisce con un’efficienza capitalista che farebbe orgogliosa l’America. È una preservazione cinica ma efficace, e forse questo è il meglio che possiamo sperare nel XXI secolo: che almeno il capitalismo, nel suo cinismo, trovi profittevole conservare la bellezza invece di sostituirla con centri commerciali.

My Son

My Son parla con la voce antica delle rovine Cham. I templi in mattoni rossi, patrimonio UNESCO, emergono dalla giungla come preghiere dimenticate che la vegetazione sta lentamente ricoprendo.
Costruiti tra il IV e il XIV secolo, questi santuari induisti sono testimonianze di una civiltà scomparsa che lascia solo pietra e mistero. Nelle fotografie, la luce del mattino filtra tra i rami creando cattedrali di verde e oro, disegnando ombre che danzano sulle sculture erose dal tempo e dalle bombe americane.
Le fotografie documentano i templi Cham costruiti tra il IV e il XIV secolo, quando questa parte del Vietnam era il regno di Champa, cultura indianizzata che adorava Shiva e costruiva santuari che imitavano l’architettura cambogiana. Poi il Vietnam conquistò e assimilò i Cham, li ridusse a minoranza etnica, e i templi furono abbandonati.

Ogni torre è un enigma architettonico: i mattoni furono assemblati con una tecnica mai completamente compresa, creando strutture che resistono ai secoli pur portando le cicatrici della guerra. Le fotografie di My Son catturano questo dialogo tra costruzione e distruzione, tra l’ordine geometrico originale e il caos organico della giungla che riprende possesso. I bassorilievi di divinità induiste osservano il fotografo con occhi consumati dalla pioggia e dal muschio, e in quegli sguardi di pietra si legge una domanda senza risposta: cosa resta quando una civiltà scompare? Nelle ore più calde, quando la luce diventa dorata e densa, My Son si trasforma in un luogo sospeso dove passato e presente coesistono senza toccarsi.

My Lay

Le fotografie di My Lai sono difficili da guardare, difficili da scattare. Portano il peso del silenzio: immagini che documentano l’assenza, lo spazio vuoto dove la storia ha urlato. Sentieri tra gli alberi dove la luce filtra come perdono.
Il 16 marzo 1968, la compagnia Charlie dell’11° Brigata di Fanteria dell’esercito americano entrò nel villaggio di My Lai (Son My) cercando i Viet Cong e in quattro ore massacrò 504 civili: vecchi, donne, bambini, neonati. Li radunarono in fosse e li mitragliarono, violentarono donne prima di ucciderle, bruciarono case, uccisero animali, distrussero colture. Un solo soldato americano fu ferito, autoinflitto, accidentalmente. Non fu una battaglia, fu uno sterminio.

Il memoriale oggi è un giardino ordinato con statue di bambini, lapidi con i nomi e le età delle vittime (quindici famiglie sterminate completamente), un museo con fotografie scattate dal fotografo dell’esercito Ronald Haeberle che documentò il massacro: immagini di corpi ammassati in fossati, di una donna che tenta di proteggere un bambino prima di essere uccisa, di cadaveri su strade di fango.

Queste fotografie furono soppresse dall’esercito finché un giornalista indipendente, Seymour Hersh, non espose il massacro nel novembre 1969, un anno e mezzo dopo i fatti.

La maggioranza dei turisti occidentali in Vietnam salta My Lai. Visitano i tunnel di Cu Chi (dove almeno c’è un elemento avventuroso, puoi strisciare nei tunnel), visitano il Museo dei Residuati Bellici a Saigon (dove ci sono tank ed elicotteri che sembrano giocattoli inermi).

My Lai è semplicemente troppo: troppo diretto, troppo semplice, troppo vero, troppo chiaro su chi furono le vittime e chi i perpetratori. Non c’è modo di interpretare 504 civili morti come “tragedia di guerra” quando furono deliberatamente assassinati nell’arco di quattro ore da soldati americani.

Il tenente William Calley, che guidò il massacro, fu condannato dalla corte marziale ma scontò tre anni e mezzo agli arresti domiciliari. Il capitano Ernest Medina, che diede gli ordini, fu assolto. Ventisei altri soldati furono accusati: le accuse furono ritirate o furono assolti.

Hugh Thompson, il pilota di elicottero che fermò il massacro atterrando tra i soldati americani e i civili vietnamiti, minacciando di sparare sui propri commilitoni se non si fossero fermati, fu vilipeso in America, ricevette minacce di morte, la sua testimonianza al Congresso fu ignorata per decenni.

Le fotografie di My Lai sono la testimonianza che in realtà il Vietnam non ha dimenticato. Il memoriale esiste, è mantenuto, i vietnamiti vengono in pellegrinaggio, e questo dice qualcosa: hanno vinto la guerra ma portano ancora le cicatrici, hanno perdonato ma non dimenticano, hanno scelto di andare avanti ma il passato è sempre lì, sotto la superficie, pronto a riemergere quando necessario.

Ma spesso, per sopravvivere, il Vietnam ha smesso di raccontare il passato, oggi si mette a costruire. I giovani vogliono altro, vogliono Saigon, una metropoli caotica che ha scordato, che ha cancellato persino il proprio nome, della guerra ha tenuto un museo e per il resto guarda avanti.