Oltre a Mandalay nel giro di venti chilometri ci sono quattro capitali: Amarapura, Ava, Sagaing e Mingun. Quest’ultima era non solo in progetto, ma in costruzione, e non fu mai finita.
I re birmani spostavano la capitale come si cambia casa, e oggi di quelle capitali restano fossati, mura e un ponte di teak.
Mandalay
Sono arrivato a Mandalay dopo una lunga corsa in autobus notturno di ben 10 ore, diretto dal Lago Inle; anche se erano solo le cinque di mattina la stazione dei bus era affollatissima.
La prima differenza notevole da Yangon sono le migliaia di moto strombazzanti tutto il giorno provenienti da ogni direzione.
La città è un completo disastro, inquinata e caotica, solo i birmani riescono a gestirsi e a capirci qualcosa. Il 13 febbraio 1857 re Mindon fondò Mandalay, una nuova capitale del regno, ai piedi della Mandalay Hill, fondata per adempiere a una profezia in occasione del 2400º giubileo del buddismo, una metropoli quindi dedicata al buddismo e alla cultura da erigere in quel luogo preciso.
Le immagini di Mandalay raccontano l’ultima capitale reale birmana, una promessa non completamente mantenuta. Il palazzo reale, ricostruito dopo che le bombe della Seconda Guerra Mondiale lo cancellarono, è una replica che ammette la propria artificialità: legno di teak nuovo che finge di essere antico, dentro mura e fossati che invece sono originali e portano il peso dei secoli.
Le fotografie devono fare i conti con questa tensione tra autentico e ricostruito, tra ciò che sopravvive e ciò che viene ricreato per far finta che nulla sia mai morto. I birmani denunciano che Mandalay sta diventando poco più che un satellite della Cina: nulla rimane della vecchia idea romantica di Mandalay descritta in molti testi e poesie.
Oggi i cinesi si ritiene siano circa il 40% della popolazione della città. Mandalay ancora oggi, nonostante la nuova capitale Naypyidaw, rimane il centro commerciale, educativo e sanitario principale della Birmania settentrionale. I cinesi sono in gran parte responsabili della rivitalizzazione economica del centro, della costruzione di nuovi appartamenti e condomini, della nascita di alberghi e centri commerciali, e del ritorno della città al suo ruolo di centro commerciale che collega il sud e il nord della Birmania con la Cina e l’India. Mandalay ha numerosi monasteri e più di 700 pagode; ai piedi della Mandalay Hill risiede la “Bibbia Buddista”, nota anche come il più grande libro del mondo. Nella Kuthodaw Pagoda vi sono 729 lastre di pietra con inciso l’intero canone buddista, ogni lastra occupa il proprio stupa bianco.
Mandalay Hill offre fotografie dall’alto: la città che si stende piatta fino all’orizzonte dove l’Irrawaddy scorre come arteria marrone. La luce è davvero fantastica; al tramonto tutta la collina si riempie di fedeli e fotografi che cercano di catturare lo stesso momento magico, ma io sono per strada, tra le ruote dei veicoli, a inseguire la foto perfetta.
La pagoda Mahamuni con il suo Buddha coperto di così tanto oro applicato dai fedeli che la statua ha perso ogni forma umana e sembra una montagna dorata con vaghe sembianze antropomorfe. Le fotografie catturano uomini – le donne non possono avvicinarsi – che applicano foglie d’oro con devozione estatica, aggiungendo millimetri a secoli di fede solidificata. Nelle sale circostanti, artigiani battono foglie d’oro con martelli che suonano come campane, otto ore al giorno per creare quei quadratini sottili come respiro che i fedeli comprano per farsi perdonare da Buddha o dal karma o da se stessi.
Amarapura e Ubein Bridge
Il ponte U Bein: 1,2 chilometri di teak che attraversano il lago Taungthaman come una sutura che tiene insieme due rive che altrimenti non avrebbero nulla da dirsi. Costruito con il legno recuperato dal palazzo reale quando la capitale si spostò, è il ponte di teak più lungo del mondo e la location fotografica più abusata del Myanmar, eppure funziona sempre, ogni singolo tramonto.
Ma io sono lì al mattino, affascinato come sempre dalla vita che scorre e dall’umana banale unicità. Amarapura è un’antica capitale della Birmania, ora una borgata di Mandalay delimitata dal fiume Irrawaddy. Il nome significa Città dell’Immortalità, ma oggi poco rimane della vecchia città: i palazzi sono stati smantellati e trasferiti dagli elefanti nella nuova posizione, e le mura furono abbattute per usarle come materiale da costruzione per strade e ferrovie.
Il ponte U Bein collega due villaggi sul fiume Irrawaddy (in pratica in quella zona divenuto un lago) ed è più vivo che mai alla sera e alla mattina quando centinaia di persone lo attraversano in entrambe le direzioni.
Sprofondo tra i monaci vestiti di rosso, qualcosa che in Thailandia non ho mai visto. Il monastero Mahagandayon offre fotografie dell’ora del pasto: mille monaci in fila per ricevere il cibo, l’unico pasto completo della giornata che devono consumare prima di mezzogiorno. C’è qualcosa di profondamente disturbante nel fotografare chi sta compiendo un atto religioso, e le fotografie migliori di Amarapura sono quelle che ammettono questo disagio invece di nasconderlo dietro l’estetizzazione. Poi arrivano i loro sorrisi.
Mingun
Di solito le persone arrivano a Mingun da Mandalay al mattino, in barca, sul fiume Irrawaddy. A causa di questo e a causa degli orari della barca il luogo può essere affollato al mattino. Io sono arrivato via terra, in moto, nel pomeriggio, poco prima del tramonto: ero praticamente da solo.
Il tempio di Mingun è un monumentale stupa incompiuto iniziato dal re Bodawpaya nel 1790. La leggenda ci dice che la pagoda non fu completata a causa di un astrologo che sosteneva che il re sarebbe morto non appena finito il tempio. Il re morì nel 1819 ma la pagoda non era stata ancora ultimata.
Lo stupa, una volta completato, sarebbe stato il più grande del mondo, alto ben 150 metri, ma un terremoto nel marzo del 1839 distrusse lo stupa e oggi crepe enormi e sorprendenti sono visibili nella struttura.
Re Bodawpaya fece anche preparare una gigantesca campana in bronzo da inserire nel suo enorme stupa: la Campana di Mingun del peso di 90 tonnellate è oggi la più grande campana in tutto il mondo in grado di suonare. Le fotografie la catturano nella sua incompletezza: crepe gigantesche aperte dal terremoto del 1839 che sembrano ferite mai guarite, scalinate che salgono verso un cielo che avrebbe dovuto essere coperto da uno stupa ma invece rimane aperto, sogni architettonici interrotti.
La Hsinbyume Pagoda, bianca come zucchero candito, è costruita per rappresentare il Monte Meru cosmico con le sue sette terrazze ondulate che sembrano onde congelate. Le fotografie la catturano nella sua bianchezza, sotto il sole tropicale che obbliga a socchiudere gli occhi.
Poi il viaggio prosegue lungo il fiume Irrawaddy, una via d’acqua fondamentale, che da sempre scende largo e tranquillo fino a Bagan.
















































































