Il lago Inle è situato a novecento metri sull’altopiano Shan, è lungo ventidue chilometri e nella stagione secca si abbassa di un metro, lasciando i villaggi più alti sulle loro palafitte.
Nel 2015, l’UNESCO lo ha dichiarato riserva della biosfera. Nel 2011, quando ho scattato queste foto del lago Inle, era un lago su cui si viveva davvero, e il paese era all’inizio di quella breve apertura che sarebbe durata dieci anni.
Sono arrivato in bus da Yangon, e sull’altopiano ho preso un bungalow che stava di fatto dentro il lago, su palafitte come le case degli Intha. Avevo l’acqua sotto il pavimento e le immagini del lago Inle fuori dalla porta, prima ancora di salire in barca.
Foto del lago Inle
Le fotografie del Lago Inle catturano un mondo dove la vita galleggia letteralmente: villaggi su palafitte, orti costruiti su alghe intrecciate che si spostano con le stagioni, pescatori Intha che remano con la gamba avvolta intorno al remo in una tecnica che sembra acrobatica ma è semplicemente tradizione nata dalla necessità di avere le mani libere per le reti.
Questo stile si è evoluto per il fatto che il Lago Inle è coperto da canneti e piante galleggianti, rendendo difficile vedere sopra di loro stando seduti. Lo stare in piedi fornisce al rematore una vista al di là delle canne. Lo stile particolare di remare è solo appannaggio degli uomini, le donne remano normalmente stando sedute.
Lo stile di vita, la freschezza, la pace, l’equilibrio tra l’uomo e il lago è unico. Ho passato tutto il giorno in barca, e le foto di Inle vengono da lì: come crescono le verdure in mezzo al lago, come lavorano i fabbri, come le ragazze usano il telaio di bambù per creare belle sciarpe di seta o di fibra di loto. Il popolo del Lago Inle si chiama Intha, stiamo parlando di circa 70.000 persone che vivono in quattro città che si affacciano sul lago, in numerosi piccoli villaggi lungo le rive del lago, e sul lago stesso. Vivono in case semplici di legno e bambù intrecciato su palafitte, sono in gran parte agricoltori autosufficienti.
Le foto del lago Inle immortalano i pescatori in controluce, figura e cono della rete che creano triangoli perfetti contro l’acqua che riflette il cielo, e non importa che ormai molti di questi pescatori posino per i turisti più che pescare davvero: l’immagine rimane iconica, la tecnica rimane vera anche se la motivazione è cambiata. Le long-tail boat scivolano sul lago creando scie che le fotografie trasformano in pennellate liquide, attraversando foreste di pali dove le reti aspettano pazienti.
I villaggi galleggianti rivelano vita acquatica completa: monasteri costruiti sull’acqua dove i monaci arrivano in barca, mercati dove i venditori si spostano remando tra bancarelle galleggianti, scuole dove i bambini imparano a nuotare prima di camminare. Le immagini del lago Inle documentano questa civiltà anfibia che ha trasformato l’acqua da ostacolo a fondamento. Oltre alla pesca, la popolazione locale coltiva ortaggi e frutta in grandi giardini che galleggiano sulla superficie del lago.
Le aiuole galleggianti sono fatte dai contadini che raccolgono le erbacce dalle parti più profonde del lago e costruiscono letti galleggianti. Questi giardini salgono e scendono con i cambiamenti del livello dell’acqua, e quindi sono resistenti alle inondazioni. L’artigianato e il commercio sono un’altra importante fonte di reddito per gli Intha. I prodotti tipici includono sculture, oggetti ornamentali, tessuti e sigari.
Il monastero Nga Phe Kyaung è famoso per i “gatti saltanti”, addestrati dai monaci a saltare attraverso un cerchio: nel 2011 saltavano ancora. Gli orti galleggianti sono miracoli agricoli che le foto di Inle faticano a spiegare: isole artificiali di alghe e terra dove crescono pomodori e fiori, ancorate al fondale con pali di bambù, che si spostano delicatamente con le correnti.
Inthein
Inthein sta fuori dal lago, in fondo a un canale che risale verso ovest. Sulla collina ci sono centinaia di stupa, in parte restaurati e ridorati, in parte lasciati alla vegetazione, con gli alberi che crescono dalle cuspidi e le statue scrostate nelle nicchie. Le iscrizioni in pietra della pagoda portano la data del 1785.
Gli Intha sono settantamila e campano di quello che il lago produce, quindi quando il lago si abbassa si abbassa tutto. La Birmania di terra comincia appena finito l’altopiano: Mandalay è dieci ore di strada.



