Complesso archeologico di Angkor, tempio Bayon.

Foto di Bayon e Ta Prohm 2022

 

Due templi a pochi minuti l’uno dall’altro, e sono i due che restano addosso. Dopo Angkor Wat sono le prime due tappe di chiunque, e forse per una volta la folla ha ragione.
Sono entrambi unici e indescrivibili.

Il Bayon ti accoglie maestoso, imponente, sorridendoti dall’alto dei suoi volti divini. Ta Prohm invece ti aspetta nascosto, in silenzio, si sta lasciando divorare giorno per giorno dalle piante di ficus che al tempo stesso ne impediscono il crollo. 

Bayon

Le fotografie di Bayon catturano volti giganti che sorridono con ambiguità. Si tratta di 54 torri, ognuna con quattro facce rivolte verso i quattro punti cardinali, 216 facce in totale del Bodhisattva Avalokiteshvara o forse del re Jayavarman VII che lo costruì, o forse entrambi. I sorrisi di Bayon sono famosi, quel “sorriso khmer” enigmatico che può essere interpretato come benevolenza o condiscendenza o semplicemente erosione della pietra che crea espressioni dove forse non ce n’erano.

Fotografare il Bayon significa scegliere quale faccia inquadrare, e non è solo architettura. Ovunque ti giri c’è un volto di pietra alto tre metri che ti osserva.

Sono loro a guardare, non sei tu. Hanno tutti quello sguardo socchiuso, quella bocca appena curvata, e dopo un po’ senti che ti stanno giudicando. Quelle facce sorridevano quando i Khmer Rossi usavano Bayon come deposito di armi.

Sorridevano quando nel 2001 camminavo tra loro ignaro di quanto fossi ancora temporalmente vicino al genocidio. Sorridono oggi mentre i turisti le fotografano senza pensare che a quaranta chilometri da qui c’è Choeung Ek dove sono sepolti 17.000 corpi.

Le fotografie giocano con le prospettive: facce in primo piano che incorniciano facce in secondo piano che incorniciano facce in terzo piano che sembrano non finire mai.

I bassorilievi al livello inferiore raccontano scene di vita quotidiana khmer del XII secolo: mercati, combattimenti di galli, donne che partoriscono, cucine dove si prepara cibo, battaglie navali sul Tonle Sap con coccodrilli che attaccano soldati caduti in acqua. Le fotografie di questi bassorilievi sono finestre su un mondo scomparso, documentazione visiva di come viveva la gente comune ottocento anni fa, e sono forse più preziose delle facce famose perché mostrano il quotidiano invece del cosmico.

Fotografare Bayon dopo aver visitato il Tuol Sleng Genocide Museum a Phnom Penh è un’esperienza che cambia come vedi quelle facce di pietra. Tuol Sleng, l’ex scuola S-21 trasformata in centro di tortura dove furono uccise almeno 20.000 persone, conserva fotografie dei prigionieri scattate all’arrivo. Il contrasto con i sorrisi sereni di Bayon è insopportabile. 

Ta Prohm

Le fotografie di Ta Prohm catturano la resa, è il momento in cui la giungla vince. I restauratori hanno fatto una scelta deliberata: lasciare alcuni alberi giganti che hanno avvolto il tempio nelle loro radici, perché rimuoverli significherebbe far crollare le strutture che ormai sostengono. Le radici scorrono sui muri come fiumi di legno congelato, si infilano tra le pietre, sollevano architravi di tonnellate con la forza inarrestabile della crescita vegetale.

Le fotografie mostrano questa simbiosi forzata: pietra e radice così intrecciate che non si capisce più cosa sostiene cosa, se l’albero si appoggia al tempio o il tempio si aggrappa all’albero per non crollare. Gli alberi giganti hanno centinaia di anni ma sono bambini rispetto al tempio che hanno invaso. Le fotografie li catturano nella loro monumentalità: tronchi larghi come automobili, radici che formano arcate sotto cui puoi camminare eretto, corteccia grigia che sembra pelle di elefante. E c’è qualcosa di dannatamente poetico nel fatto che questi alberi, cresciuti per distruggere, siano ora l’unica cosa che tiene in piedi il tempio: il ciclo è completo.

Ta Prohm è diventato iconico, tutti vogliono LA foto con LE radici, si formano spesso code per attendere il proprio turno ed è frustrante e rivelatore: fotografiamo non ciò che vediamo ma ciò che ci è stato detto di vedere. Fortunatamente, il Covid era alle battute conclusive, e la paura teneva via il mondo da qui dandomi la gioia di essere quasi solo tra questa bellezza.

Ma se hai pazienza, se aspetti che i gruppi turistici si spostino, Ta Prohm rivela corridoi dove la luce filtra verde attraverso la canopia, creando atmosfere da sogno. Apsara scolpite emergono da pareti coperte di muschio, i loro volti sono corrosi dalla pioggia monsonica di otto secoli ma riconoscibili nella loro grazia.

Poi si riparte; il complesso archeologico di templi si estende ancora per chilometri.