Vientiane si è trasformata in una periferia cinese tropicale. Grattacieli lungo il Mekong dove c’erano capanne, centri commerciali climatizzati dove c’erano mercati profumati di lemongrass e pesce fermentato, insegne in mandarino più numerose di quelle in lao, come se il paese avesse accettato che il futuro parla cinese, dopo aver passato decenni a cercare di dimenticare che il passato urlava in americano.
Il Patuxai è sempre brutto come lo ricordavo, e al That Luang non torno a vederlo, mi dicono che resiste circondato da cantieri cinesi che costruiscono condomini per lavoratori che arrivano dalla provincia dello Yunnan e non imparano nemmeno una parola di lao perché non ne hanno bisogno: i negozi accettano yuan più volentieri che kip.
La ferrovia ad alta velocità Cina-Laos, inaugurata nel 2021, ha cambiato tutto irreversibilmente. La stazione di Vientiane mostra un’architettura che potrebbe essere in qualsiasi città cinese: vetro, acciaio, schermi LED ovunque, nessun elemento laotiano eccetto la bandiera.
I treni portano turisti cinesi che scendono in massa, fotografano tutto in tre ore, risalgono e vanno via, un flusso continuo che ha trasformato Luang Prabang in una Disneyland buddista.
La ferrovia costò sei miliardi di dollari, il 60% del PIL laotiano, prestati dalla Cina con interessi che il Laos pagherà per generazioni.
La linea serve principalmente a portare merci cinesi verso la Thailandia attraverso territorio laotiano, come se il paese fosse solo il corridoio, il passaggio, e non la destinazione.
Poi da Vientiane il treno risale verso nord, e quello che ho trovato a Luang Prabang non me lo aspettavo.



