La fila dei Buddha lungo il porticato, fino in fondo.

Foto di Vientiane 2025

 

Vientiane si è trasformata in una periferia cinese tropicale. Grattacieli lungo il Mekong dove c’erano capanne, centri commerciali climatizzati dove c’erano mercati profumati di lemongrass e pesce fermentato, insegne in mandarino più numerose di quelle in lao, come se il paese avesse accettato che il futuro parla cinese, dopo aver passato decenni a cercare di dimenticare che il passato urlava in americano.

Nelle foto di Vientiane il Patuxai è sempre brutto come lo ricordavo, e al That Luang non torno a vederlo, mi dicono che resiste circondato da cantieri cinesi che costruiscono condomini per lavoratori che arrivano dalla provincia dello Yunnan e non imparano nemmeno una parola di lao perché non ne hanno bisogno: i negozi accettano yuan più volentieri che kip.

La vecchia Vientiane

Le fotografie di Vientiane raccontano due città, quella che arriva e quella che resta. La seconda comincia appena si lasciano i viali: le vecchie ville del tempo dell’Indocina stanno in piedi con gli scuri di legno e l’intonaco che viene via a pezzi, aspettando che qualcuno decida se restaurarle o abbatterle. In mezzo a una rotonda c’è il That Dam, lo stupa nero: la leggenda dice che era ricoperto d’oro e che dentro dorme un naga a sette teste, messo lì a proteggere gli abitanti. L’oro se lo portarono via i siamesi nel 1828, il serpente evidentemente dormiva. Oggi fra i mattoni cresce l’erba, ed è una delle immagini di Vientiane che preferisco, perché non l’hanno ancora ripulito.

Al Wat Si Saket le foto di Vientiane si fanno da sole. È del 1818 ed è il tempio più antico rimasto intero, uno dei pochi risparmiati quando la capitale fu rasa al suolo dieci anni dopo. Nel chiostro il muro è bucato da piccole nicchie, lungo tutti e quattro i lati, e in ognuna siedono due Buddha minuscoli: sono più di duemila, d’argento e di ceramica. Sotto, su una mensola che gira intorno al cortile, altre file di figure più grandi, sedute, tutte con la stessa pazienza.

Al Wat Si Muang le fotografie di Vientiane tornano a riempirsi di gente. Si racconta che sotto il pilastro di fondazione della città sia sepolta una giovane donna incinta, Si Muang, che si offrì in sacrificio, ed è qui che si viene a farsi benedire. Dentro si prega, fuori ci sono un Buddha dorato, un elefante e statue dai colori accesi.

Un mercato vero esiste ancora, di quelli al coperto e senza vetrine. Sacchi di funghi secchi, radici legate a mazzi, cortecce, bustine di polveri senza etichetta, e dietro i banchi donne che pesano e impacchettano senza alzare gli occhi. Per chi viene da fuori non c’è niente da comprare, ed è per questo che qui le foto di Vientiane riescono senza nessuno in posa.

Poi ci sono i muri dipinti. Su uno c’è la scritta LAOS a lettere enormi, su un altro la mappa del paese fatta di fiori gialli: sono fotografie di Vientiane facili, da cartolina, ma sono anche gli unici muri dove a essere scritto in grande è Laos.

La sera si va tutti sul lungofiume. Verso le sei si accendono le lampadine dei chioschi, c’è chi griglia e chi frigge, una ragazza con il grembiule blu sistema il banco, e il sole scende rosso sull’altra sponda, che è già Thailandia. A guardarla c’è anche la statua di re Anouvong, lo stesso che fece costruire il Wat Si Saket: l’hanno messa qui nel 2010, con il braccio teso verso il vicino che due secoli fa gli distrusse il regno. Le immagini di Vientiane al tramonto sono le sole in cui la città sembra non avere fretta di diventare un’altra cosa.

La ferrovia e la nuova Vientiane

La ferrovia ad alta velocità Cina-Laos, inaugurata nel 2021, ha cambiato tutto irreversibilmente. La stazione di Vientiane mostra un’architettura che potrebbe essere in qualsiasi città cinese: vetro, acciaio, schermi LED ovunque, nessun elemento laotiano eccetto la bandiera. Fra le immagini di Vientiane è quella della partenza, e sembra scattata altrove.

I treni portano turisti cinesi che scendono in massa, fotografano tutto in tre ore, risalgono e vanno via con le loro immagini di Vientiane, un flusso continuo. La ferrovia è costata sei miliardi di dollari, un terzo del PIL laotiano, e la parte del Laos è stata pagata quasi tutta con prestiti di Pechino, che il paese restituirà per generazioni.

La linea serve principalmente a portare merci cinesi verso la Thailandia attraverso territorio laotiano, come se il paese fosse solo il corridoio, il passaggio, e non la destinazione.
Poi da Vientiane il treno risale verso nord, e quello che ho trovato a Luang Prabang non me lo aspettavo.