Foto di Luang Prabang 2025

 

Da Vientiane a Luang Prabang sono poche ore di treno, nuovo, con aria condizionata. Prima erano dieci ore di strada in bus respirando polvere. Il viaggio che una volta era metà dell’esperienza e obbligava a fermarsi a Vang Vieng adesso è un banale trasferimento.

Vedere Luang Prabang fa male se l’hai conosciuta nel 2002. Il patrimonio UNESCO che doveva essere protetto è stato trasformato nel set cinematografico di se stesso.
La processione mattutina dei monaci che raccolgono elemosine era un atto sacro fatto in silenzio, fedeli laotiani scalzi che offrivano riso appiccicoso con riverenza.

Ora i turisti si affollano con selfie stick, comprano riso in pacchetti di plastica venduti da imprenditori furbi per darlo ai monaci e sentirsi spirituali.
I monaci camminano con espressione vuota, e se capita non si negano un selfie neppure loro quando visitano le grotte sacre scavalcando qualche backpacker inglese ubriaco steso a terra in barella.

Le guesthouse francesi coloniali erano autentiche, con pavimenti di legno che scricchiolavano. Sono state comprate e trasformate in boutique hotel da catene cinesi dove nulla scricchiola perché tutto è stato rifatto, levigato, standardizzato.

Il mercato notturno vende souvenir fatti in Cina con etichette “handmade in Laos” che ingannano solo chi vuole essere ingannato. I ristoranti lungo il Mekong servono hotpot sichuanese, mentre gli occidentali che venivano cercando autenticità ora vanno altrove, scoraggiati dai prezzi che sono saliti e dall’atmosfera banale.

Le grotte di Pak Ou, raggiunte risalendo il Mekong in long-tail boat, sono ancora piene di Buddha abbandonati lì per proteggerli durante i bombardamenti. Migliaia di statue, alcune antiche, alcune meno; tutte testimoni di quando la gente cercava disperatamente di salvare il sacro dal fuoco che cadeva dal cielo.

Le fotografie le catturano nella penombra delle caverne, coperte di polvere, ragnatele e offerte di incenso, e c’è qualcosa di infinitamente triste in questi rifugiati che aspettano ancora che sia sicuro tornare a casa, ignari che le case sono state demolite per fare spazio a condomini.

Le cascate di Kuang Si questa volta non sono riuscito a raggiungerle, e forse è un bene. Mi dicono che sono ora un parco tematico con biglietto d’ingresso, ombrelloni a noleggio, folle che rendono impossibile qualunque fotografia.
Il Wat Xieng Thong con i suoi tetti sovrapposti che scendono quasi fino a terra resiste magnifico, ma ora è circondato da cordoni di sicurezza e guardie che ti dicono dove puoi e non puoi stare, perché troppi turisti stavano danneggiando i mosaici.

I templi minori, quelli senza nome famoso, sono invece deserti perché non sono su Instagram, e lì puoi ancora parlare con giovani monaci che ti confessano in inglese stentato che sono diventati monaci, non tanto per vocazione, quanto perché il monastero offre istruzione gratuita e le loro famiglie sono troppo povere per mandarli a scuola.