Da Vientiane a Luang Prabang ormai sono poche ore di treno, nuovo, con aria condizionata. Prima erano dieci ore di strada in bus respirando polvere. Il viaggio che una volta era metà dell’esperienza e obbligava a fermarsi a Vang Vieng adesso è un semplice trasferimento, e le foto di Luang Prabang non cominciano affatto appena scesi dal treno. La stazione è in mezzo al nulla, ma sei finalmente arrivato.
La tomba di Henri Mouhot
Arrivato in città, una volta sistemato nella guest house, avevo ancora il pomeriggio davanti, e una cosa importante mi aspettava. Prima ancora di pensare alle foto di Luang Prabang c’era un posto preciso che dovevo trovare a tutti i costi. Qualcosa che dovevo assolutamente fare. E credo sia stato proprio uno dei motivi che mi ha spinto a tornare fin quassù.
Henri Mouhot aveva abbandonato la famiglia, le agiatezze, le conoscenze, gli affetti in Europa. Sapeva che avrebbe trovato qualcosa di importante, ma doveva arrivarci ad Angkor, e non era certo un’impresa semplice. Ne avevano scritto, alcuni secoli prima, dei monaci portoghesi: credevano fosse opera di nostre civiltà, di chissà quale Alessandro Magno giunto alla fine del mondo conosciuto, o dei figli dispersi di qualche Legione di Roma in Oriente, al termine delle guerre con i Parti.
Mouhot era stato spinto dalla sete di conoscenza; finì per esplorare gran parte dell’Indocina, spingendosi fino a Luang Prabang.
Attraversò le fitte giungle del Laos: un luogo dal quale nessuno tornava così facilmente a quei tempi. Non tornò nemmeno lui, morì di malaria lassù il dieci novembre 1861, a soli trentacinque anni, e i suoi diari uscirono postumi.
Naturalista francese, Henri Mouhot è l’uomo che con i suoi diari ha fatto conoscere Angkor all’Europa. Ad essere onesti non l’ha esattamente scoperta, i cambogiani non l’avevano mai persa, ma è solo dopo di lui che l’Occidente ha cominciato a sognarla. Nel 2002 non sapevo nemmeno chi fosse, e del resto nessuno sapeva niente di una tomba. Eppure era lì, sotto il mio naso.
Il primo monumento è del 1867, solo che la giungla se l’era ripreso durante la guerra, ma fortunatamente nel 1989 la tomba fu ritrovata da Jean-Michel Strobino, lungo il fiume a circa 10 chilometri dalla città. Oggi non è certo nella lista delle dieci cose da fare o da vedere, tantomeno una foto di Luang Prabang con cui tornare a casa, ma se si è fortunati e si mostra una foto della tomba ad un tuk tuk, l’autista sa dove andare. Non aspettatevi molto, è un sarcofago bianco sotto gli alberi, con una buffa statua a fianco e una targa che dice “La Ville de Montbéliard fière de son enfant, 1990”.
L’emozione di vederla è stata unica, uno dei tanti tasselli nel puzzle del mio lungo viaggiare e della mia vita che trovava il suo posto. Fra le fotografie di Luang Prabang qui sotto, tre sono alla sua tomba.
Luang Prabang
Vedere Luang Prabang fa male se l’hai conosciuta nel 2002. Il patrimonio UNESCO che doveva essere protetto è stato trasformato nel set cinematografico di se stesso.
La processione mattutina dei monaci che raccolgono elemosine era un atto sacro fatto in silenzio, fedeli laotiani scalzi che offrivano riso appiccicoso con riverenza.
Ora i turisti si affollano con selfie stick a caccia delle immagini di Luang Prabang da portare a casa, comprano riso in pacchetti di plastica venduti da imprenditori furbi per darlo ai monaci e sentirsi spirituali.
Nelle fotografie di Luang Prabang i monaci camminano con espressione vuota, e se capita non si negano un selfie neppure loro quando visitano le grotte sacre scavalcando qualche backpacker inglese ubriaco steso a terra.
Le guesthouse francesi coloniali erano autentiche, con pavimenti di legno che scricchiolavano. Sono state comprate e trasformate in boutique hotel da catene cinesi dove nulla scricchiola perché tutto è stato rifatto, levigato, standardizzato.
Il mercato notturno, altro grande classico delle foto di Luang Prabang, vende souvenir fatti in Cina con etichette “handmade in Laos” che ingannano solo chi vuole essere ingannato. I ristoranti lungo il Mekong servono hotpot sichuanese, mentre gli occidentali che venivano cercando autenticità ora vanno altrove, scoraggiati dai prezzi che sono saliti e dall’atmosfera banale.
Mi perdo tra i negozi ancora aperti e le bancarelle, sto cercando le bellissime sciarpe di seta, non quelle comuni, quelle lunghe quasi due metri, decorate magnificamente che a Chiang Mai compravo per 60 € molti anni fa. Ognuno sostiene di avere quelle originali e autentiche. Ne comprai diverse e le rivendetti a Torino, quando ancora mi occupavo di export. Le foto di quelle che ho a casa, che mostro sul telefonino, vengono etichettate con il disprezzante aggettivo di “vietnamite”.
Forse lo saranno ma abbelliscono ancora oggi il mio tavolo in cucina dopo vent’anni. Ora i prezzi sono da capogiro, siamo a quasi 500 €, così raccolgo informazioni, in pratica ho risalito la filiera da Bangkok a Vientiane sino a qui. E a Luang Prabang la signora che gestisce il negozio con i pezzi migliori mi dice che li compra direttamente dal villaggio che li produce. Visto il costo e l’impossibilità di sconti mi chiedo se nel villaggio ormai siano tutti milionari.
Mi dedico quindi a visitare il Wat Xieng Thong, il tempio che compare in tutte le foto di Luang Prabang e che con i suoi tetti sovrapposti che scendono quasi fino a terra resiste magnifico, ma ora è circondato da cordoni di sicurezza e guardie che ti dicono dove puoi e non puoi stare, perché troppi turisti stavano danneggiando i mosaici.
I templi minori, quelli senza nome famoso, sono invece abbastanza deserti perché non compaiono nelle foto di Luang Prabang che girano su Instagram, e lì puoi ancora parlare con giovani monaci che ti confessano in un inglese stentato che sono diventati monaci, non tanto per vocazione, quanto perché il monastero offre loro istruzione gratuita e le famiglie sono troppo povere per mandarli a scuola.
Pak Ou
Le grotte di Pak Ou chiudono questa pagina, si raggiungono risalendo il Mekong in long-tail boat e sono piene di Buddha che nessuno ha voluto buttare.
Migliaia di statue, oltre 4000 si dice, alcune antiche, alcune meno, portate qui per secoli dai fedeli quando erano vecchie o rovinate: un Buddha non si getta via, quindi lo si affida alla grotta e ai suoi spiriti. Le foto di Pak Ou le catturano nella penombra delle caverne, coperte di polvere, ragnatele e offerte di incenso, e c’è qualcosa di infinitamente triste in questi pensionati del sacro, messi a riposo in fila sulle rocce mentre fuori il fiume continua a portare barche.
Le cascate di Kuang Si questa volta non sono riuscito a raggiungerle, la strada era interrotta, e forse è un bene così. Mi dicono che sono ora un parco tematico con tanto di biglietto d’ingresso, ombrelloni a noleggio, e folle che rendono impossibile qualunque fotografia decente.



